Abisso. Tra noi e Tony Soprano

Il personaggio di cui parlerò fa parte di una serie TV che è considerata, a livello mondiale, una delle migliori serie tv che siano mai state realizzate, se non la Migliore (non un caso la M maiuscola, quasi come un’apologia fonetica che si fa testo). “I Soprano” può essere messa sullo stesso piano di prodotti assai apprezzati come “Breaking Bad”, “Arancia Meccanica” o, per distaccarci del contesto solipsistico del cinema in senso lato, dei Beatles, nonostante il suo poco -inspiegabilmente- successo riscontrato in Italia.

Sarebbe troppo semplice partire con un quesito. Avremmo, così facendo, la teoresi ma non la speculazione. Partiremo senza appigli.

Evitando Spolier eccessivamente appariscenti, parlerò di una tematica quantomai attuale e necessaria, ovvero l’Abisso dell’uomo e le sue conseguenze. L’approccio però non sarà pseudo filosofico, né tantomeno pseudo psicologico, bensì semplicemente “archetipico”, nella misura in cui verrà usato proprio Tony Soprano come cavia, come capro espiatorio sacrificabile per parlare di una tematica famigerata, l’Abisso(1) dell’essere umano. Mi rendo conto che l’argomento non è uno dei più semplici o felici, ma decisamente controverso in certi punti: è per questo che, oltre a ringraziare gli audaci lettori di questo articolo, mi sento di comunicare il mio intento primario, ovvero quello di spronarli alla riflessione.

Oggi, in questa sede, non leggerete una recensione, tantomeno una mera sintesi del prodotto. Nelle prossime righe avrete modo di leggere una pura speculazione personale, una riflessione che dogmaticamente andrebbe categorizzata come “teoresi pop-culturale” nell’accezione di Pourparler, si intende; tuttavia, dovrò almeno accennarne la trama: Tony Soprano è un boss di un clan mafioso italo-americano del New Jersey; con una famiglia sulle spalle, soffrendo di depressione e attacchi di panico, va dalla Dottoressa Jennifer Melfi, una psicoterapeuta. Molto banalmente, estraendo il necessario, ciò che bisogna tenere a mente è solo questo. Per una analisi più approfondita, oltre che la visione, vi consigliamo le tanto odiate informazioni su Wikipedia.

Tony Soprano è una delle peggiori carogne che il mondo abbia mai visto: freddo, spietato, ipocrita, uccide, sfrutta e fa sfruttare chiunque; non esita a tradire sua moglie, a mentire, talvolta anche spudoratamente. Però, questo è il suo “lavoro”: cosi come un giocatore si allena per giocare al meglio la partita, lui si comporta così per portare i soldi a casa, farsi rispettare, perché l’ambiente gli impone ciò; un ambiente maschilista, misogino, mentalmente chiuso, mi verrebbe da dire “troppo italiano”, ammiccando ai filoborisiani.

Nell’Antica Roma nasce il concetto di Pietas, concetto spesso erroneamente tradotto con “pietà”, dimenticandone il significato reale, quello di “fare il proprio dovere”, aiutare la famiglia, fare il proprio lavoro, rispettando gli dei; Tony Soprano, per pietas, deve fare tutto ciò, altrimenti verrebbe messo in discussione suo onore, il suo essere “un’uomo d’onore”, ovvero un mafioso, (così si chiamano tra colleghi).

E non è solo il clan che lo danneggia, ma soprattutto i suoi genitori, zii, specialmente sua madre, con la quale ha un rapporto costruito sull’odio e sul rancore: una persona tossica, quasi come la mamma di Bojack Horseman. Questo è uno dei tanti nervi scoperti che il nostro archetipo scoprirà di avere.

Dunque, sin dalla prima puntata, dopo un attacco di panico avvenuto durante un barbecue, su consiglio del suo dottore personale, anch’egli di origine italiana, il nostro eroe va in terapia. Le motivazioni di un tale avvenimento sono sotterrate nell’inconscio, insabbiate da una vita frenetica che si fa maschera ed al contempo salvagente. Il nostro eroe non è felice.

Riuscirà mai ad essere felice?

Gli attacchi di panico diminuiscono grazie ai medicinali, ma la risposta alla nostra domanda, almeno per ora, è negativa ed anzi, talvolta, decide lui stesso di mettersi in difficoltà, perché non riesce ad essere una persona migliore, un padre, un marito esemplare.

È troppo complicato, quindi lui preferisce difendersi con il sarcasmo, offendendo tutti, frequentando qualunque prostituta sotto mano, si nasconde all’aperto facendosi vedere come “vero uomo” davanti ai suoi coetanei, che sono come lui, ma con una differenza grave: lui è cosciente di ciò, consciamente vive in questo stato di depressione e tristezza (si noti nell’immediato la differenza temporale delle due “affezioni dell’animo” quali la depressione e la tristezza, l’una cronica e l’altra passeggera). Invece di uscirne decide di distrarsi, nascondendo il proprio dolore con pillole e alcool. Divertissement pascaliano? Assolutamente si!

È il padre spirituale di Bojack Horseman e riesce nell’impresa di essere perfino peggio di lui!

Qui, nella serie, il concetto di bene e male è saltato, non solo in lui ma in tutti i personaggi (ci sono mafiosi che sono dei pezzi di pane e poliziotti disposti a tutto pur di incastrare qualche pezzo grosso, se non proprio il boss) e visto che Anthony Soprano è ben oltre la legge, ha quella libertà di fare del bene/male (semplicemente FARE) del tutto superiore rispetto al cavallo più famoso del decennio; per di più lui va dalla psicologa, ma si comporta peggio, quindi nessuna scusante.

O forse no?

Lui è vittima e carnefice di sé stesso, per questo è definibile quasi “un anti-eroe”, perché nonostante i suoi continui sabotaggi, lui stesso vuole tentare di uscire fuori, di uscirNe fuori dalla sua situazione. I passi avanti lì fa in certi casi, seppur piccoli piccoli, anche se è solo un movimento, una girata, un cambio di prospettiva.

Continua a tradire la sua coniuge, ma ne è ben consapevole che sia solo sesso, che nessuna ragazza al mondo toglierebbe l’amore che lui ha ed avrà sempre per sua moglie e per la sua famiglia (e guai a toccarla). Proprio la famiglia è l’unica nota positiva della sua vita, perché Tony cerca in tutti i modi di tenerla lontano da quell’ambiente i suoi figli Meadow e Anthony Jr, anche se, inevitabilmente, ne saranno comunque coinvolti in qualche modo, visto che loro padre è un pezzo grosso della malavita newyorkese. E la sua stessa moglie, nonostante i tradimenti, le bugie, cerca di aiutarlo, gli sta vicino a prescindere, lo ama (anche se, ad un certo punto, lei stessa inizia a dubitare dei suoi sentimenti).

Lui è così cattivo, eppure è così umano, triste, fragile (“la cattiveria, infatti, nasce spesso dalla debolezza” dice Seneca) e quindi, qui, voglio tentare di salvarlo, di dargli un valore positivo, nonostante avessi dato più giudizi negativi sul suo conto.

Perché voglio fare ciò? Perché Anthony Soprano è il nostro riflesso allo specchio che ci mostra l’Abisso.

Chiaramente si tratta di una provocazione, ma basta mettersi dalla sua parte, dall’altra parte dello specchio per capire meglio. Quell’abisso in/di noi (IN perché si trova dentro di noi, DI perché è parte integrante dell’umano), da cui scappiamo, cerchiamo di ignorarlo, ma che prima o poi dobbiamo affrontare, o meglio accettarlo, riuscire a vincerlo ma non ad eliminarlo perché è una parte di noi (ed eliminarlo sarebbe un autogoal pazzesco). Quello stesso abisso che ci tiene fermi a terra, in cui siamo davvero soli con noi stessi e che, da qualche parte, si nasconde la nostra parte che ha paura, che attacca e scappa perché è spaventata.

Il nostro abisso è lo stesso di Anthony, né più e né meno, ha paura della solitudine tanto quanto noi, soffre tanto se una cosa cara a lui muore, esattamente come noi. Le sue paure, le sue sofferenze, il suo timore, sono le nostre sofferenze, così come la sua cattiveria, cupidigia, malattia.

Non si scappa, inutile provare a negarlo e pensare che adesso io stia esagerando, il che forse è vero, ed ecco perché ho deciso di trascinarvi con me, perchè le cose vanno affrontate e non nascoste (altrimenti facciamo come Tony) e per farlo, bisogna uscire dalla zona così calda ed accogliente, in cui tutto ciò che è dentro è bene ed il resto è male. Bisogna superare il limite.

Scopriamo e conosciamo Tony vedendo il suo comportamento alle sedute e all’esterno; c’è una linea sottile che divide ciò, che è talvolta molto labile e debole, altre volte è invece molto evidente. La sua psiche (anche nel suo significato greco di “anima”) si scontra con il mondo, causando spesso e volentieri un contrasto, rendendo Tony più “animale” che “razionale”, ed in casi estremi, questo contrasto lo rende depresso, causandogli attacchi di panico, facendolo crollare, perché si rende conto che c’è, la percepisce, un’incongruenza enorme, quasi insanabile, tra ciò che lui è, il modo in cui appare agli altri e il modo in cui lui appare a se stesso (quest’ultima può essere considerata come se fosse la sintesi delle due percezioni).

Non è ciò che accade anche a noi quando ci rendiamo conto che c’è qualcosa che non va in queste 3 percezioni e non riusciamo a reggere questa cosa? E cosa facciamo? Crolliamo, e talvolta, scappiamo, esattamente come il nostro boss.

Vogliamo parlare dei suoi pensieri malvagi, perversi? È il classico uomo rude delle caverne gettato nelle metropoli odierne, che vede il sesso e l’alcol come momentanea vacanza dai suoi problemi, arrivando però ad esserne quasi sopraffatto, e, perdonerete il lessico di strada, gli bastano un paio di tette ed un culo per dimenticarsi cosa gli aspetta dopo. Non esita un secondo ad iniziare ad odiare, discriminare, offendere con battute sarcastiche chiunque, cercando in tutti i modi di distruggere un suo rivale o debitore, silenziando la propria empatia. Eppure, lui prova a creare anche un legame con queste ragazze in alcuni casi, seppur nascondendolo (o comunque non mostrandolo), tanto che arriverà anche ad occuparsi di loro in alcuni casi, tenendo ovviamente tutto all’insaputa della moglie. Lui prova a far capire, a spiegare, che tutto ciò che fa è perché è il suo lavoro, non perché gode nel vedere la gente soffrire perché dietro ad un suo pugno, è il primo che soffre.

Tony è costretto ad avere a che fare con persone che lui detesta o perché fanno parte della famiglia o perché sono componenti della gang (che talvolta coincidono, dato che nella serie, la parola “famiglia” significa sia famiglia tradizionale che gruppo malavitoso e spesso i legami si intrecciano), è costretto ad essere ipocrita perché un piccolo passo falso può compromettere un affare da milioni di dollari o generare una guerra. Si aggrappa a questa sua italianità, circondandosi di italo-americani come se fosse un’ancora di salvezza, come se ciò gli desse un’identità effettiva, ma lui stesso a malapena ci crede, è forzato a credere in tutto ciò.

Lui stesso vuole mostrarsi come un “vero uomo”, da leader, a fare battute per farsi piacere, ma è tutto ciò che lo ferisce di più, perché non è sé stesso.

Abbiamo qualcosa che ci distingue da lui? Non tanto. Siamo come lui in tante situazioni, chi per un motivo giusto, chi meno, perché forse ci conviene fare un finto sorriso, diventare ipocriti, altrimenti chissà gli altri cosa pensano di noi.

E perché facciamo ciò? Perché abbiamo paura della solitudine, di affrontare le cose, esattamente come lui.

Dunque, tornando alla nostra cavia, si rende conto di tutto ciò, percepisce (e percepiamo) questa differenza su 3 livelli che ho detto sopra ed ecco che arriva “l’Abisso”.

Però, da buon inetto che è, non riesce ad (re)agire, capire i suoi stessi problemi, nonostante la terapia, anche perché, come detto prima, l’ambiente non lo aiuta per niente, anzi, sembra che più lui sta male e più vanno male le cose, più peggiorano le situazioni.

Non riesce a fare nulla, non vuole fare nulla, perché è cosciente che se decidesse un giorno di cambiare strada, di cambiare lui, di essere sé stesso, non avrebbe altra scelta se non suicidarsi, perché non potrebbe vivere serenamente con tutto ciò che fa e che ha fatto. Il solo “rendersi conto” di ciò che è, lo porta alla depressione più grave. Eppure ci prova, a riparare quel poco che può, sia in lui che all’esterno, cercando quasi un compromesso tra ciò che deve essere e ciò che lui è, in modo da non far collidere quelle 3 percezioni.

La stessa psicoterapeuta è spaventata da lui, dal suo carattere così complesso, ma ne è anche attratta, perché non capita mai di avere un boss in terapia, no?

La Dott.ssa Melfi proverà di tutto, pur mantenendo le distanze, a farlo comprendere, a dargli una mano, a costo di mettere a repentaglio la sua carriera ed addirittura la sua persona, poiché lei non è tenuta per forza ad averlo come paziente, e ciò le provoca dissenso da parte dei suoi colleghi. Lei, però, in primis entra nel suo mondo, quasi insieme a noi, se non contemporaneamente.

Una volta che siamo entrati (insieme alla dottoressa), ci rendiamo conto che questo ambiente è incredibilmente simile al nostro e non ci resta altro che scoprirlo ed affrontarlo, perché ne siamo costretti.

Una volta che Tony apparirà davanti allo specchio, basta che ce ne rendiamo conto ed il guaio è fatto.

Però, cos’è questo Abisso? Come ci si va a finire? È inevitabile?

Ognuno ha la sua rappresentazione dell’Abisso: c’è chi lo vede come un pozzo senza fine, chi come angolo oscuro della nostra anima, chi non crede nell’abisso ma crede nel “mostro”, insomma, ognuno ha la sua idea. Quello che però troviamo in comune, in tutte le sue raffigurazioni, è che noi lì siamo da soli.

È questa la sua forma base, poi siamo noi a decorarlo o a renderlo più tetro, ma alla fine è tutto qua, nothing more, nothing less. È quello spazio in cui noi c’è questo scambio reciproco tra il nostro riflesso ed il nostro inflesso, o in termini più generici, ciò che noi pensiamo di essere e ciò che siamo. Chi meglio del nostro inflesso conosce il nostro riflesso? Ci conosce talmente bene che talvolta più darci una mano, altre volte ci ferisce, e conoscendoci bene, sa benissimo dove colpire. Però bisogna dire che sia il riflesso che l’inflesso non sono per forza veritieri, anzi; spesso si ha la visione distorta di uno dei 2, che, di conseguenza, danneggia ed anche tanto. Un amore non corrisposto, una situazione familiare non favorevole, un gruppo di persone, amici, che hanno un’influenza negativa su di noi, i nostri problemi insomma, ci portano ad una vera e proprio distorsione delle percezioni, il che ha un impatto peggiorativo, con il rischio concreto di rimanerci bloccati anche anni, entrando in un loop di autocommiserazione e vittimismo insensato, ed in casi più estremi, causando problemi psichiatrici in certi casi (come nel caso di Tony).

Questo Inflesso/Riflesso alla fine è ciò che siamo e non sono separati tra loro, esattamente come il nostro corpo ed il nostro intelletto.

Ora, però, una piccola precisazione: non voglio fare la suddivisone del noi, dell’io; l’hanno già fatta altre persone, molto più importanti del sottoscritto e non voglio controbatterli, la mia è solo una visione personale, distaccata dalle altre teorie, sia filosoficamente che psicologicamente.

Back on track, come ci si va a finire in questo luogo?

Semplice, basta un “trigger”! Un ricordo, una canzone, una situazione, una scena di una serie Tv, film, qualsiasi cosa. Abbiamo tutti i nostri trigger personali e talvolta non ne conosciamo neanche il perché. Ce ne accorgiamo perché iniziamo a percepire qualcosa che causa disturbo, che ci turba, e da lì in poi, non c’è santo, persona, Yoongi(2) che tenga; siamo appena ri-tornati nell’Abisso e dobbiamo avere a che fare con la parte di noi che soffre per quel trigger, del perché ci fa male, ci fa soffrire. È fondamentale riconoscerlo, per non farsi trascinare in un vortice infinito che ci porta ad allontanarci sempre di più dal mondo, per poi rifugiarci sempre in quel posto caldo ed accogliente che però fa più male che bene.

Uno dei tanti trigger per Tony è addirittura il capocollo (che è quasi diventato un meme).

È Inevitabile? Menomale che non lo è. Perché?

Perché è ciò che ci dà l’occasione di riflettere, di migliorare, di conoscere noi stessi davvero. L’Abisso non è altro che lo specchio in cui ci riflettiamo e solo noi possiamo riconoscere i problemi, le paure, le perversioni che ci attanagliano l’esistenza. Ci fa così paura perché abbiamo il terrore/timore di guardarci allo specchio, ci mette ansia, ci fa odiare quell’altra parte, come se fosse un qualcosa diverso da noi e chiunque uscirebbe in lacrime nel vedere sé stesso in faccia. Però, una volta che ci siamo accorti di avere una visione distorta, possiamo iniziare a togliere le cause di quelle distorsioni, anche se ciò potrebbe comportare a perdere amici, affezioni, a lasciare il lavoro, rinunciare a tutto e ricominciare da zero. Ma è dannatamente difficile avere la forza di togliere, eliminare tutto questo ed è ancora più complicato accettarsi.

Di avere dei problemi, non solo i classici problemi di autostima (da chi non ne ha, a chi si fa comandare dal proprio ego), ma anche problemi emotivi (essere cattivi, misantropi, egoisti e così via), fisici, fino ad arrivare ad accettare serenamente la nostra paura di essere soli, di essere incompresi, di essere incompresi.

Accettare che per quanto siamo brutti, pieni di difetti, siamo pur sempre esseri umani, anzi, proprio per questo siamo esser umani.

Accettare di avere dei trigger, scoprire di averne altri, perché siamo sensibili di default, cercando di risolverli, comprenderli e reagire (e ciò porta tutto alla parte precedente).

Da come si sarà capito, “accettare” è la parola chiave ed “accettare di avere un abisso” è il primo passo davvero importante che porta al miglioramento, al movimento, passando per accettare se stessi (con tutti i difetti e pregi), arrivando, di conseguenza, ad accettare anche gli altri, creando così empatia, perché, per quanto la persona di fronte a noi possa essere un criminale, uno stronzo, avrà le nostre stesse paure, timori, e quindi, ci porterà a cercare di avvicinarci ad essi, invece di prendere le distanze con insulti, giudizi ed altre brutte azioni (ricordate le parole di Seneca). Non sto dicendo di giustificare le azioni violente, di tenere nella nostra vita persone tossiche, cattive, ma capire che sono esseri umani, esattamente come noi. Lasciamo stare le nostre idiosincrasie, che lo saranno a prescindere, ma mentre quello ci deride, ci denigra, ci fa del male, noi al massimo, proveremo pietà per lui; chissà perché comporta in questo modo con noi.

Almeno proveremo a creare un contatto, un ponte, piuttosto che scontro, a differenza loro.

Tony, purtroppo, non farà nulla di tutto ciò, se non nella parte finale della serie in cui ha vissuto esperienze che lo portano ad accettare un minimo sé stesso, a stabilire un fragile ponte di contatto con gli altri.

Conoscere Anthony Soprano ci costringe a fare con i conti con la nostra natura, il nostro Abisso, con i nostri pensieri più nascosti, con le nostre paure, e non possiamo fuggire da lì.

Per quanto possa spaventare, una volta visto, abbiamo solo due scelte: reagire patendo o soccombere scappando.

P.S. Ho cercato di limitarmi il meno possibile sul personaggio, sulla serie, sui suoi aspetti tecnici e specialmente sull’attore James Gandolfini, cioè colui che interpetra MAGISTRALMENTE Tony Soprano, facendocene capire ogni suo lato più oscuro. Potremmo fare articoli lunghissimi sugli altri personaggi presi singolarmente (magari in futuro, perché no), perché non è un caso che è considerata «The greatest work of American pop culture of the past quarter century.».

NOTE.

  1. Ho scritto in tutto il testo “Abisso” con la “A” maiuscola, perché scriverlo normale mi sembra riduttivo, data la sua importanza.

(2) Yoongi è il soprannome di Suga, membro del gruppo kpop “BTS”. Ho messo apposta questo riferimento pop, perché spesso, ci aggrappiamo a delle figure totalmente estranee a noi, pur di non cadere, rinunciando alla ragione stessa, come quando una persona inizia a bere. Accade con le persone famose in generale, ma ho scelto proprio apposta lui come esempio. Questa è davvero una provocazione.

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