Fenomenologia culinaria. Saggio per una eidetica in cucina

A Giulio Melone


Il cibo è oggetto. Oggetto di creatività, di tempo, di desiderio e di bisogno. E soprattutto in quanto oggetto del bisogno e del desiderio si trova a fare i conti con una costante positiva che pone una sorta di moto armonico. Ad essere onesti, i moti armonici sono due, l’uno all’interno dell’altro, concentrici e prospetticamente intrecciati, in una paradossalità che affascinerebbe il più vivace Lewis Carroll. L’intreccio rende i due moti caotici solo perchè intrecciati, attraversando la risultante armonica per via di un punto esterno al piano d’immanenza del moto. Un moto è caotico se risulta imprevedibile a causa di una modificazione in itinere delle condizioni iniziali. Nel nostro caso, dunque, l’uno sarà la variabile dell’altro. La fabula è lineare, non caotica, ma l’intreccio diviene la variabile che trasforma l’ordine del prevedibile in novità stupefacente - quantomai realistico! Innanzitutto va stabilito il bisogno. Parliamo di bisogno quando facciamo riferimento ad un moto armonico che ha cognizione dell’attrito ed è sostanziato da due variabili interne, l’intensità e la necessità, che lo categorizzano automaticamente come moto armonico forzato smorzato. Il campo d’azione è ampliato all’infinito, in una temporalità stringente che determina solo la consequenzialità del divenire. È come un nastro della ginnastica ritmica che si agita armonicamente in un crescendo, e diminuendo, della propria estensione. Il bisogno non è nel movimento, ma in quello spazio vuoto, presente, colmato dal movimento del nastro. È come una virgola riempita dalla necessità di riprendere fiato, è un in levare che strugge chi ascolta ed empatizza chi guarda. È un’automobile che ripercorre i solchi lasciati da altri pneumatici in una strada di campagna. Il bisogno, l’avere bisogno, non è sguardo attivo, ma fiuto necessario ed intenso.

Tutt’altra storia ci racconta il desiderio, caratterizzato da due variabili che inquadrano la differenza dal piano inferiore. L’intensità e la contingenza, variabili interne del desiderio, determinano il continuum di questo nostro viaggio attraverso la fame. Non c’è uno spazio vuoto da colmare, ma un processo da iniziare. E proprio la fame ci aiuterà a porre l’ultimo elemento delle nostre prerogative eidetiche. Un moto armonico è composto da una pulsazione, convenzionalmente indicata con ω, che significa la propagazione armonica. La fame smuove e intreccia necessità e contingenza, intrecciate nella temporalità e nella soggettività, ripetendo ed ascrivendo la diversificazione del sé.

Un tale motore poliritmato, in cui la macchinazione è fasulla solo per output e mai per input, in cui non è rintracciabile un esito ma solo una condizione di procedimento, ebbene proprio un prospetto simile è in grado di distinguere il salato dal dolce e, di conseguenza, le varie portate che in un banchetto soddisfano e arricchiscono. Il bisogno, il necessario, è nell’oscillazione pulsante della prima portata, poi della seconda, poi del dolce e infine della frutta.

La diversificazione non è nella ripetizione, ma nel bisogno che è differenziazione implicita di se stesso. È sviluppo, è divenire. Quel nastro della ginnastica è esteso prima ancora di essere mosso, e occupa lo spazio del banchetto culminando e rintanando nel postprandiale. Ma la struttura è tutt’altro rispetto al contenuto. Le portate non differiscono solamente in quanto conseguenza - o anticipazione - l’una dell’altra, ma anche e soprattutto come momento di peculiarità. Il menù è il desiderio. Rappresentare l’intensità e la contingenza implica un rischio teoretico che ha a che fare con il caos, ma non lo determina direttamente. Il caos è dovuto alla modificazione, non alla comparazione. Ed ecco che l’intreccio acquisisce una posizione determinante nella nostra investigazione. Per avere risposte è necessario intrecciare i due moti armonici, del bisogno e del desiderio, per poterne notare la caoticità. C’è una linea di fuga che traccia il processo vitale dell’armonia nella prospettiva, come un trascendentale che attraversa il piano di immanenza. Il risultato geometrico equivarrebbe ad una prospettiva razionale, a quadro obliquo, in cui l’ambiguità prevarica la previsione. Parliamo di ambiguità nella misura in cui ammettiamo all’interno della nostra condizione di esistenza un improprio e per nulla ferreo dualismo tra possibile-in-atto e possibile-non-in-atto, tracciando un confine sottilissimo tra ciò che già è prima ancora di essere e ciò che non è perchè non potrà essere, entrambi in un’onda positiva. La fame è la pulsazione, il bisogno è nelle portate e il desiderio istituisce il menù. Semplificando i nostri dati ai minimi termini, sopravvivono contingenza e necessità, in una sovrapposizione di passione e dovere, cultura e innovazione, rischio e conservazione.

Assaporare un piatto di pasta in un pranzo ben concepito sarà sempre l’input del bisogno, ma il non-output sarà determinato dalla presenza di un buon ragù come condimento di quella stessa pasta.

Ma il cibo, abbiamo detto, è oggetto di creatività e tempo. La creatività pone il desiderio, essendone tout court la derivata. Il tempo, invece, sostanzia l’intensità del bisogno come se quel nastro della ginnastica potesse essere mosso secondo ritmi e tempismi differenti: templessità collassante.

Approdiamo in questo modo alla determinazione del soggetto in questione, il cuoco, che determina desiderio e bisogno in base a se stesso. L’intreccio è riproposto anche qui, perchè il cuoco è soggetto al desiderio e al bisogno, ma questi fattori non sussisterebbero senza l’oggettivazione al soggetto-cuoco. Il conatus diversificandi è, in questo singolo caso, non nella pluralità soggettivale, come accadrebbe nell’amore interpersonale o nell’erotismo, ma nella singolarità creativa.

In una suggestiva folie à deux, in cui il soggetto-cuoco inietta i propri fattori caratteristici ai degustatori, si delinea la verità di un buongustaio: imparare a cucinare!



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