Copertina flessibile: divagazioni su Ashbery.

Tra i poeti più instagrammati si trovano spesso Montale, qualche Ungaretti, il sempreverde Prévert, a volte un lirico greco sul profilo di una ragazza del classico. Piacciono Dante, Petrarca, qualche poeta contemporaneo (taluno buono, talaltro ridicolo (Gio Evan (1) parlo di te)). Pensavo: perché tra i poeti instagrammati non c'è John Ashbery?

Ho pensato: perché è importante che i poeti siano su Instagram? Mirabile dictu, Instagram è ormai un luogo in cui la poesia circola. Sminuzzata, ridotta in parti, versicoli, fotografata con luci calde su pagine color panna, sottolineata; altre volte invece scarnificata, ridotta all'osso in un semplice carattere tipografico anonimo, scabro, elettronico, per il solo rapace piacere di acciuffare un verso ed intestarselo: far rappresentare la propria emozione dalla frase d'un altro. Fa sorridere la poesia sulle bocche (o meglio, sui profili) di persone che sappiamo essere di celebre ignoranza. Sorridiamo dalla nostra torre d'avorio della poesia: diciamo: loro non capiscono, ma io, mmmm hehehe, sì. Sennonché la poesia lì c'è: eppur si muove, circola, vive: fa emozionare, anche solo di un'emozione veloce, virtuale, svuotata. Anche solo il simulacro della poesia, è poesia? Questa è la democratizzazione della poesia: essa è dappertutto, si nebulizza.

Pensiamo all'evoluzione della cultura attraverso l'evoluzione del suo supporto tecnico. Ora, possiamo riferirci alla cultura "pura", incontaminata, che sta nel tomo spesso, rilegato in pelle, nella biblioteca del vecchio professore. Possiamo pensare a quel racconto sulla vita di Machiavelli, che prima di leggere i classici indossava i suoi abiti più eleganti. Possiamo pensare a questo esercizio masturbatorio di compiaciuta lettura: l'essere in una cerchia di eletti e sapere davvero il bello cos'è. Oppure possiamo pensare alla copertina flessibile. Il formato che in Italia si chiama "tascabile" e gli anglofoni chiamano "paperback", nato come oggetto d'uso eminentemente proletario, veloce, moderno. La cultura poteva entrare ad un modico prezzo (già, la cultura e il suo prezzo, un'altra interessante contraddizione) nella casa di chiunque. La copertina flessibile si adatta ad essere sfogliata dalla mano pesante del muratore, quella unta del friggitore, si adatta a stare nelle tasche dell'eskimo dello studente rivoluzionario. Questa democratizzazione comporta non solo accettare che la cultura, la poesia, la letteratura, cadano nelle mani di "poveri di spirito" che non le sappiano cogliere ed apprezzare: significa incassare il colpo che questa distinzione non vale più. Non si può più veramente distinguere il vero dal falso, l'alto dal basso. La cultura s'è fatta prodotto, entra nelle case prima ancora che nelle menti (2). Instagram non è che il più recente e più logico approdo di questo processo. Esiste un contrasto tra cultura e velocità: dobbiamo accettare il piegarsi della prima alla seconda, purché sopravviva; o pretendere che il tempo si arresti, o che torni indietro? (3)

La poesia su Instagram esiste più come immagine che come parola. Ad essa non si associa il suono. Viviamo nell'era dei segni, del predominio della scrittura sulla voce, dell’assenza sulla presenza (4). Ciò che primariamente conta è come l'immagine-poema, questa poesia-idolo (éidolon, éidos) colpisca l'impressione. Intorno ad essa si produce un'estetica, una pornografia del verso che guarda alla combinazione, all'abbinamento efficace. La poesia raramente sta sola: il frammento è accompagnato da tazze di tè o caffè, scrivanie o librerie ingombre di libri (oppure, ciò che fa sorridere, ce ne sono appena due o tre nella stanza di questə fine intellettuale (5)), oppure fotografie del tramonto, della persona, persino a volte del poeta (il suo sguardo sognante di poeta che guarda lontano, fotogenicamente languido...)

Vi sono gli irrefrenabili, che già Seneca ammoniva (6), che postano dai loro propri libri ora un brano di quest'autore, ora un brano dell'altro: nel modo in cui viene da chiedersi quanti cazzo di libri leggano insieme? E come? E cosa ne traggano? (Ma pure il nostro dire "trarre" è, forse, un anacronismo).

Tutta questa pornografia del verso è perlopiù intorno al verso, è in verità un artificio in cui è avvolto questo unico fatto: per convalidare noi stessi abbiamo bisogno di produrci come immagini. In queste immagini mettiamo la parola di un altro (il poeta prescelto, la persona che vogliamo raggiungere, entrambe queste cose...).

Nell'immagine e nella parola di un altro, più che in noi stessi allo specchio, ci riconosciamo e vogliamo farci riconoscere (7). Se anche non le "capiamo" (non ha più senso ormai usare questo termine), noi vogliamo appartenere alla cerchia di persone che postano le poesie. Qui sta il lavoro dello spettro. È inutile ora parlare di autenticità, perché nessuno sta nella torre d'avorio, nessuno guarda il mondo da fuori. Ci sono solo mimesi e serialismo. Tutta la mia generazione esiste in quanto reazione e interiorizzazione della società dello spettacolo: in tutti noi sta l'impulso a farci immagine, ad apparire, a produrre pornografia di noi stessi (fosse anche nella nostra assenza). Credete che altrimenti scriverei questa roba? (Da qui il meme, supremo feticcio di quest'era: l'immagine assolutamente autoreferenziale cui la realtà intera si riferisce: e così facendo diviene essa stessa immagine).

Ora, tornando a noi, John Ashbery. La poesia di Ashbery dovrebbe interessarci perché parla di nostalgia, fantasmi e specchi. Di espressioni paralizzate, di ricordi così eterei da essere impercettibili (ed identità fatte di ricordi, che si sfaldano al mattino presto per ricomporsi in un unico momento d'illuminazione, e poi dimenticarsi di nuovo, forse per un'altra vita intera, o un sonno lungo una vita). Ma abbiamo già parlato troppo più di quanto possiamo stringere, e a lui dovremo dedicarci in un altro articolo.

«Parole, colori, luci, suoni, pietra, legno, bronzo appartengono all'artista vivente. Appartengono a chiunque sappia usarli. Saccheggiate il Louvre!» (William Burroughs, "Les voleurs", in La scrittura creativa, 1994, SugarCo)

Note.

(1) Che nella sua pagina web personale si definisce, tra le altre, “filosofo”. Pensa io stronzo che volevo pure laurearmi.

(2) ciò ci porterebbe persino a dire, parafrasando Foucault, che la cultura non è (più) nei luoghi simbolici della cultura. Il residuo culturale non è (almeno, non solo) nelle università, né nelle deserte biblioteche. È sui social, sulla bocca di tutti, nella televisione, nella grande industria-tritacarne dell'intrattenimento seriale. È un incubo o un sogno? È un momento della possibilità...

(3) si badi che nonostante la forma, deliberatamente provocatoria, l'autore non presume di avere la risposta. Tutt'al più una sua minima, ambigua opinione.

(4) cosa ne penserebbe il caro estinto Derrida?

(5) ci si perdoni questo cedimento alla malizia: dobbiamo pur (dolorosamente?) riconoscere che ormai il libro (anche flessibile) è sorpassato come veicolo della cosiddetta cultura: è il punto stesso del nostro discorso

(6) «Sta’ bene attento, però, che codesto tuo leggere molti autori e volumi d’ogni genere non sia qualcosa di vacillante e inconsistente. È opportuno indugiare su pensatori ben selezionati e assimilarli, se intendi ricavarne elementi utili che si mantengano facilmente nel tuo animo. Non è in alcun luogo chi si trova dappertutto» (Seneca, Epistulae morales ad Lucilium, I, 2, 2)

(7) poiché bisogna dire che il mondo reale subisce un difetto di realtà rispetto alla Rete. La Rete è iperreale, e noi sempre viviamo nella cosiddetta realtà aumentata (dalla Rete). Così l'immagine sempre identica a se stessa, che è il dato virtuale della cosa, è più vera della realtà. Esiste allora qualcosa di sempre vero, sempre identico a se stesso. Persino più vero degli enti. Così noi sempre ci troviamo alienati dalle nostre riproduzioni, che sono più vere di noi. Rispetto a questa autoidentità virtuale, in noi è posta ed operante una differenza, che è una specificità della carne mortale del mondo reale, col sapore di una mancanza costante (si rifletta sull'alienazione della cosa nell'ontologia di Russo, cfr. Nicola Russo, La cosa e l'ente).

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