CULTUROLOGIA. LA FIORITURA TRA DIALOGO E AUTOCOGNIZIONE

È inutile dirlo: leggere un buon libro è spesso il modo migliore per cercare risposte ad alcuni nostri dubbi. Ma ci sono quei casi in cui anziché trovare risposte, cogliamo nuovi spunti di riflessione e incappiamo in domande dal valore fortemente amletico. Questo è ciò che mi è successo leggendo alcuni passi tratti dall’opera di M. Heidegger dal titolo “Holzwege” (1). Il filosofo tedesco esprime la difficoltà riscontrata dall’uomo nel capire quale sia il senso della sua esistenza. L’animal rationale (2) cerca disperatamente di trovare la sua dimensione autentica di essere, ma non fa altro che sentirsi alienato rispetto alla realtà che lo circonda. Ho pensato che ciò di cui parla Heidegger è la stessa sensazione di smarrimento che si prova quando ci si sente “culturalmente inferiori” all’interno di un determinato contesto. E a questo punto mi sono sovvenute delle domande:

Che cos’è propriamente la cultura? È un concetto astratto o concreto? E infine, in che modo l’uomo può acculturarsi?

Tentare di dare una risposta, anche se in maniera decisamente sintetica, a queste questioni può risultare complesso, data l’enorme mole di vie percorribili. Ma, come disse il buon Alessandro Magno, “nulla è impossibile per colui che osa”.

Sicuramente non esiste una definizione universale di cultura, ma ritengo che quella data dall’illustre politologo A. Gramsci sia tra le più adeguate: “cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita e i rapporti che abbiamo con gli altri uomini” (3). Di conseguenza viene meno il falso dogma secondo il quale la cultura appartiene alla sfera della mera astrazione. Per rendere ancor più pragmatica l’accezione di “cultura” corre in nostro aiuto anche l’antropologo E. B. Tylor, che addirittura la presenta come “quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità o abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società”. (4)

La cultura dunque è un qualcosa di concreto, pratico, realistico. Ma dalle definizioni appena date emerge un altro dato non di secondaria importanza: la cultura si dà nella società ed è il frutto dell’interazione Io-Altro.

La risposta alla terza domanda risulta essere relativamente semplice a questo punto: l’uomo può acculturarsi solo se partecipa attivamente della comunità, nella quale si apre al mondo e, abbattendo la differenza tra Io e Non-Io, vive in esso in un rapporto di “tranquilla coesistenza” con l’alterità (5).

Acculturazione e società sono dunque concetti che vanno così tanto d’accordo? Assolutamente sì! E per affermare ciò basta semplicemente considerare la più formale di tutte le definizioni del termine “acculturazione”, avanzata nel 1936 da tre antropologi americani: “insieme di quei fenomeni che si verificano quando gruppi di individui aventi culture diverse vengono in contatto continuo e diretto e che cambia la configurazione culturale originaria di uno o entrambi i gruppi” (6).

In fondo già gli antichi Greci definivano l’uomo ζωον λογον εχον, ovvero “vivente dotato di parola”. Venne indicato addirittura come “animale politico” (7) per sottolineare la dipendenza naturale di Sapiens dalla sfera sociale. L’uomo, poiché unico essere vivente dotato di parola, non può esimersi dal confronto, dal dialogo, dall’incontro con altri suoi simili. Ed è proprio grazie a questi elementi che può maturare il suo status culturale.

Ecco dunque perché la società è così tanto importate ai fini della cultura umana: al suo interno si generano dibattiti, gli uomini vengono in “contatto continuo e diretto” tra di loro e ognuno apprende dall’altro nuove nozioni e informazioni. Si potrebbe concludere quanto detto con una semplice equazione: acculturarsi = confrontarsi.

Emerge dunque un altro importante fondamento della cultura e della conoscenza: il confronto. Sono sterminati i pensatori che pongono questo concetto alla base delle loro dottrine. C’è chi ad esempio considera il confronto-scontro tra amico e nemico come ciò che genera sapienza, cultura, organizzazioni statuali (8), chi pensa che è proprio il confronto che genera la comunità (9), e chi lo pone al centro della sua riflessione circa la filosofia politica (10).

E se, alla luce di quanto detto, venisse meno la possibilità di potersi confrontare con l’altro? Non si avrebbe più alcun processo di acculturazione?

Sfortunatamente viviamo in un periodo in cui, a causa di innumerevoli restrizioni tese a salvaguardare l’umanità dalla disastrosa pandemia globale che ci sta affliggendo, risulta impossibile il “confronto diretto e continuo” tanto agognato dai tre antropologi americani. Tra dibattiti virtuali, webinar, didattica a distanza e meeting online si sta perdendo la modalità principale di acquisizione di dati culturali.

Modalità principale? Ciò vuol dire che ci sono altri metodi per acculturarsi? Ebbene sì, anche ai tempi del covid è possibile mettere in campo strumenti atti al proprio sviluppo culturale.

È vero, l’uomo per natura ha bisogno del confronto per raggiungere livelli culturali di tutto rispetto. Ma non sempre l’esito di quest’ultimo risulta essere positivo ed efficace. Calando il discorso ad esempio nel contesto accademico-scolastico, e parlando nello specifico dei gruppi studio, spesso si registrano casi in cui individui tendono ad emergere sugli altri, convertendo l’originario confronto in scontro culturale. È ciò che afferma Hegel all’interno della sua Fenomenologia dello Spirito: quando il soggetto prende consapevolezza di sé stesso, ha bisogno di farsi riconoscere come tale da altri soggetti non attraverso rapporti pacifici, ma ricercando condizioni agoniche, di scontro, di sfida.

Detto ciò, quali sono gli strumenti che possono sostituire il confronto? Secondo Cartesio lo studio solitario, secondo Seneca la meditatio, ovvero la riflessione su sé stessi. È proprio nella loro completa solitudine che i due filosofi hanno creato due delle più grandi teorie esistenzialistico-comportamentali: il solipsismo, di matrice cartesiana, ovvero il poter affermare solo ed esclusivamente la propria esistenza, e l’otium, di matrice invece senecana, ovvero la continua ricerca del disimpegno pratico attraverso il conseguimento di una vita contemplativa e meditativa. Quindi la crescita culturale del singolo non si ottiene solo in una dimensione collettiva, ma anche solitaria.

Confronto-scontro, collettività-singolarità, impegno-disimpegno. A quanto pare non si può individuare una categoria universale all’interno della quale collocare il sapere, la cultura. L’amore nei confronti di questa ci permette di sorvolare ogni dicotomia e la passione che riserbiamo nei suoi confronti ci lega ad essa indissolubilmente. La pandemia ci sta spogliando delle nostre abitudini e ci sta portando verso un oblio delle certezze. Ma mai riuscirà ad annichilire il nostro gusto per la conoscenza; anzi l’alimenterà fornendoci i mezzi per emergere “ungarettianamente” dal porto sepolto verso il quale ci conduce, non lasciandoci naufragare nel mare magnum della nostra esistenza. Note.

(1) Il filosofo P. Chiodi traduce il titolo tedesco con “Sentieri interrotti”. L’opera fu pubblicata nel 1950 dall’editore Klostermann a Frankfurt am Main.

(2) Il termine “animal rationale” viene adoperato da Heidegger nel paragrafo 10 di “Sein Und Zeit” (“Essere e tempo”) per indicare l’uomo in quanto animale razionale.

(3) Cit. tratta dai “Quaderni del Carcere”.

(4) Cit. tratta da “Primitive Culture”.

(5) Cit. tratta dal pensiero del filosofo francese M. Merleau-Ponty.

(6) Cit. tratta da “Rapporto per lo Studio dell’Acculturazione. Antropologi Americani” degli antropologi americani Redfield, Linton e Herskovits.

(7) Espressione usata da Aristotele per indicare la capacità principale dell’uomo, ovvero il saper parlare, che lo distingue dagli altri esseri viventi.

(8) Si veda l’opera “Che cos’è la filosofia?” del filosofo G. Deleuze e dello psicanalista F. Guattari, entrambi francesi.

(9) Si veda l’opera “Che cos’è la politica?” della politologa e filosofa tedesca naturalizzata statunitense H. Arendt.

(10) Si veda l’opera “Che cos’è la filosofia politica?” del filosofo tedesco naturalizzato statunitense L. Strauss.


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