Discriminazione e odio: un discorso europeo

La scottante tematica dell’odio e della violenza basata su motivi fondati sulla “diversità” è tornata al centro del dibattito dell’opinione pubblica, anche italiana, a seguito dei numerosi episodi verificatisi in tal senso; ciò ha reso necessario l’elaborazione di nuove misure legislative idonee a contrastare e prevenire tali episodi.

Durante il Discorso sullo Stato dell’Unione dello scorso anno, Ursula Von Der Layen, presidente della Commissione europea, ha affermato: “Non mi fermerò finché non avremo costruito un’Unione di uguaglianza. Un’Unione dove puoi essere chi sei e amare chi vuoi, senza paura di recriminazione o discriminazione. Perché essere te stesso non è ideologia. È identità. E nessuno può portarla via.”

L’Ue rappresenta un attore internazionale sui generis per varie ragioni giuridiche, politiche, economiche (solo per citarne alcune) e tra queste la straordinaria attenzione posta, in particolare dalla fine degli anni ’90, su le politiche di genere, l’inclusività, la lotta alle discriminazioni e, in tempi più recenti, la tutela della comunità LGBTQX+. Praticamente nessun’altra organizzazione internazionale, specialmente a livello europeo, si dimostra così sensibile a queste tematiche, tanto che vari giuristi e politologi sottolineano come nel nostro Paese, come in molti altri Stati membri, difficilmente una sensibilità simile verso i gender issues si sarebbe sviluppata in un tempo così breve senza l’incentivo europeo. Da ultimo, se si volesse trovare “un’influenza europea” nel dibattutissimo, ormai anche sul canale Ferragnez, ddl Zan (si veda poco sotto), si potrebbe dire che esso è perfetta espressione della prima “LGBTQI Equality Strategy” (2020-25) dell’Ue. Con l’obiettivo di costruire a Union where you are free to be yourself, il documento ha tra gli obiettivi garantire la sicurezza delle persone LGBTQX+ con particolare attenzione ai crimini d’odio, hate speech online, disinformazione.

I più smaliziati si potrebbero chiedere dove e quando ha avuto inizio l’amore per i gender issues a livello europeo. Sarebbero probabilmente rassicurati nel sapere che di spazio per uguaglianza di genere e giustizia sociale nel Trattato di Roma (1957) non ce n’era: all’art 119 (attuale art 157 TFUE) si introdusse l’ormai storico equal pay for equal work, cioè il divieto di discriminazione tra remunerazione maschile e femminile, ma le motivazioni erano essenzialmente economiche: evitare pratiche di dumping sociale in settori fortemente basati sulla manodopera femminile, come quello tessile.

Forse dagli anni ’50 non si poteva chiedere di più, o forse è necessario riconoscere la sconcertante abilità da parte dell’Ue di costruire una politica di genere a partire da una disposizione originariamente secondaria come l’art 119. Infatti, fino 1997 l’articolo in questione rimase l’unica base per la tutela dell’uguaglianza di genere: con dieci direttive tra il 1975 e il 2010 l’Ue ha ampliato enormemente la propria politica di genere in un “contagio” a partire da disposizioni in materia strettamente giuslavoristica fino al contemporaneo gender mainstreaming (si veda più sotto). La svolta storica è stato il Trattato di Amsterdam (1997) con l’introduzione dell’attuale art 19 TFUE, cioè la possibilità da parte dell’Ue di adottare misure per far fronte a discriminazioni basate anche sull’orientamento sessuale. Attualmente il principio di uguaglianza e il divieto di discriminazioni punteggiano TFUE (art 10) e TUE (art 2 e 3), e sono stati inseriti nella Carta dei diritti fondamentali che è così diventato il primo trattato in materia di diritti umani a proibire la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale.

Se si guarda al diritto derivato invece le due principali direttive antidiscriminatorie sono la Race Equality Directive (2000) e la Employment Equality Directive (2000). Da sottolineare che solo la seconda fa riferimento a divieto di discriminazioni basate su disabilità ed orientamento sessuale ma, a differenza della prima, ha applicazione limitata al solo settore occupazionale.

È qui che si aprono gli evidenti limiti della legislazione di genere europea, di cui pure il Parlamento europeo sembra, va detto, estremamente consapevole. Il fatto è che, per quanto auspicabile il contrario, l’Ue ha oggi competenza limitata nell’elaborazione di legislazione sociale, con alcune eccezioni proprio in materia giuslavoristica in cui, non a caso, si è insistito di più sui gender issues. Fuor di linguaggio tecnico, questo significa che discriminazioni al di fuori del settore strettamente lavorativo ma che le persone LGBTQX+ subiscono ogni giorno (divieto di fare visita al partner o al figlio in ospedale, accesso ai benefici della legislazione sociale riservati a persone sposate, problemi di successione testamentaria al partner defunto oppure bullismo e violenze) non sono direttamente trattabili a livello europeo. Va inoltre aggiunto che una persona transgender che subisce discriminazioni nell’Ue può solo sperare che il proprio diritto nazionale riconosca l’offesa come una forma di discriminazione sessuale oppure sulla base dell’orientamento sessuale, poiché la legislazione europea non prevede speciali divieti di discriminazione sulla base del fatto di essere transgender. Ma ancora: l’Ue non può obbligare uno Stato membro ad adottare leggi funzionali al riconoscimento delle coppie dello stesso sesso o relative a diritti riproduttivi/adozioni da parte delle persone LGBTQX+. E infatti ci sono differenze abissali tra i vari Stati membri. In particolare, la linea di frattura sembra posizionata tra Stati che erano nell’Ue prima dell’allargamento del 2004 e Stati post-comunisti che si sono aggiunti da quel momento in poi. Ad esempio, Bulgaria, Croazia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia e Slovacchia hanno disposizioni costituzionali che vietano matrimoni tra persone dello stesso sesso. Se si guarda ai diritti riproduttivi per coppie di persone dello stesso sesso la situazione è, se possibile, ancora più variegata, per cui solo in quattordici Stati membri è riconosciuta la piena adozione.

Questo patchwork legale di tutela fa sì che i membri della comunità LGBTQX+, in particolare le coppie dello stesso sesso, siano relegate in una situazione di esistenza giuridica latente, con conseguenti problemi pratici, come la possibilità di movimento all’interno dell’Ue. Rispetto a questo tema si è mossa timidamente la Corte di Giustizia in una sentenza del 2018 (C-673/16) affermando che Paesi che non hanno ancora legalizzato i matrimoni tra persone dello stesso sesso devono almeno rispettare i diritti di residenza degli sposi nel proprio territorio.

Se questi sono, in estrema sintesi, i limiti giuridici della legislazione di genere europea, un discorso a parte va fatto per i limiti politici. Alcune frange del movimento femminista, pur riconoscendo la potenzialità della legislazione di genere europea, la dichiarano irrimediabilmente affetta dal c.d. “Wollstonecraft dilemma”, il paradosso per cui la parità di genere non è, di fatto, mai realizzata, alternativamente perché basata sull’estensione alle donne degli stessi diritti dei cittadini maschi come se queste fossero cittadine di serie B, oppure riconoscendo loro un trattamento legale speciale, come se fossero cittadine incomplete.

Anche l’ultima tendenza dell’Ue nella politica di genere, il gender mainstreaming, cioè premere per l’introduzione da parte dei governi e di altri attori istituzionali di una prospettiva di genere in tutti gli ambiti di policy, non è esente da critiche. Per quanto affascinante come prospettiva, il rischio concreto è di diluire le politiche di genere, smantellando le strutture a supporto di queste in quanto le questioni di genere diventano everyone’s responsibility but no-one’s job.

Il percorso normativo del nostro Pese, invece, risulta più lineare, pur senza le sue problematiche e le sue polemiche. Il punto di partenza della produzione normativa italiana volta a contrastare l’odio razziale, etnico, ed ora fondato sul sesso, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità, si rinviene in primis nella Costituzione del 1948. Una lettura unitaria degli articoli 2, 3, 4, 19, 22 e della XII disposizione transitoria della Carta ci consegna un quadro già piuttosto chiaro: nella Repubblica italiana, nata dalle ceneri di un regime, non c’è posto per le discriminazioni, per la violenza e per qualsiasi forma d’odio che non possono essere d’ostacolo per la fruizione dei diritti e delle prerogative democratiche che lo Stato assicura a tutti i soggetti.

Ulteriore elemento del predetto quadro normativo è la legge 645/52, in materia di "Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione", all'art. 1, precisa che si ha riorganizzazione del partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche: esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica, propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione, denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito, compie manifestazioni esteriori di carattere fascista. Anche il significato della 645 del ’52 è chiaro: la soppressione delle garanzie costituzionali come anche le campagne d’odio non sono ammesse.

L’ultimo tassello, per completare un quadro normativo generale, è rappresentato dalla Convenzione internazionale sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966, recepita dall'ordinamento italiano con legge n. 654 del 1975, la quale dichiarava inaccettabile, anche scientificamente, oltre che giuridicamente, qualsiasi manifestazione d’odio basata su criteri di divisione degli essere umani in razze, secondo presunti elementi di diversità. Queste basi normative confluirono nel testo di legge, che ancora oggi regolamenta e disciplina il trattamento penale più severo per i cd crimini d’odio, comunemente noto come “legge Mancino”, dal nome dell’allora Ministro degli Interni, che ne fu proponente. L’impianto della 205/1993 si snoda attraverso due assi: da un lato punisce chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi; dall’altro lato chi, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Per la prima volta in un testo normativo della Repubblica italiana è presente una specifica norma, attuativa dei principi costituzionali, che tutela la diversità etnica e religiosa, stigmatizzando, e punendo più severamente, gli episodi d’odio.

Il quadro normativo succitato deve, però, confrontarsi con una desolante realtà: da un lato i crimini d’odio, dal 2003 ad oggi, sono più che raddoppiati e dall’altro, accanto alle istanze “tradizionali” di tutela, stanno ora emergendo nuove criticità nel rapporto tra società e diversità. Al progressivo allargamento e riconoscimento (doveroso) di diritti, in ambito sociale e familiare, in capo agli omosessuali, ai transgender e in generale alla comunità LGBTQX+, sta facendo da triste contraltare un’ondata di violenza e odio senza precedenti, riaprendo una sanguinosa ferita storica, quella delle discriminazioni del “diverso”, che credevamo, illusoriamente a quanto pare, fosse rimarginata. Nonostante gli ultimi prodotti legislativi, come la cd legge Cirinnà (legge 76/2016) che ha introdotto la possibilità per le coppie omosessuali di formalizzare, e soprattutto di veder riconosciuto, il loro “rapporto di fatto” in una unione civile, e giurisprudenziali, come la recentissima sentenza della Corte di Cassazione che ha dichiarato ammissibile nel nostro ordinamento la trascrizione delle adozioni compiute all’estero da coppie omosessuali, la tutela, in accordo con i principi, costituzionali, di uguaglianza e non discriminazione, non sembra ancora completa.

Proprio nel solco di questa esigenza nasce il disegno di legge Zan , un testo normativo già approvato alla Camera dei Deputati e in attesa di calendarizzazione al Senato della Repubblica. La proposta di legge si propone di combattere l’omotransfobia e la violenza per ragioni di identità di genere e di sesso essenzialmente mediante la modifica degli articoli 604- bis e 604- ter del codice penale. A tal proposito, occorre sfatare alcuni “miti” che aleggiano attorno a questa proposta di legge. Spesso si obietta che questo ddl introdurrebbe nuovi reati d’opinione: falso, esso si limita ad allargare il novero delle circostanze aggravanti, ossia fatti ulteriori che concorrono a determinare, accanto agli elementi tipici del reato, la pena da applicare, già previste dalla succitata legge Mancino per i delitti contro l’eguaglianza. Si è anche detto che questo ddl creerebbe una discriminazione al contrario, non tutelando nella stessa misura eventuali violenze contro eterosessuali: falso, esso tutela qualsiasi orientamento sessuale e qualsiasi genere assunti come motivo della discriminazione o della violenza; quindi, assicura una tutela generalizzata. L’ultima obiezione mossa a questo ddl è quella che, se fosse approvato in legge, esso limiterebbe la libera espressione di opinioni e convincimenti: anche questa critica è assolutamente falsa, l’articolo 4 del testo salvaguardia esplicitamente la libertà di esprimere pareri propri.

Visti i limiti sostanziali sommariamente descritti, posizioni critiche ritengono che il discorso attorno al genere, non sia nient’altro che, per l’appunto, un discorso. Ma è anche vero che, come ci insegna l’attuale dibattito attorno al famigerato ddl Zan. Ovviamente questa proposta di legge non potrà, da sola, eliminare e risolvere la questione della violenza e delle discriminazioni, in primis per la dubbia efficacia dello strumento penale (difficoltà di provare il motivo discriminatorio dell’atto violento e lentezza dei processi) che però, se non altro, potrebbe fungere da deterrente e da strumento di tutela per le vittime, in secundis perché il vero strumento per combattere e sradicare l’odio è la sensibilizzazione e l’educazione al rispetto del diverso: un percorso che dovrà necessariamente partire dalle famiglie e dalle scuole. Ciò non vorrà dire, come pure si è detto, traviare o influenzare i giovani, ma semplicemente renderli tolleranti.

Virginia Nardi

Francesco Scognamiglio


Bibliografia

EUCommission. (2020, November). European Commission. Tratto il giorno April 2021 da Europa.eu: https://ec.europa.eu/info/publications/factsheet-and-powerpoint-advancing-lgbti-equality_en

EUParliament. (2019). The Rights of LGBTI people in the European Union. European Union.

Jacquot, S. (2017). European Union Gender Equality Policies. EHNE.

Lombardo, E. (2003). EU Gender Policy Trapped in the "Wollstonecraft Dilemma"? European Journal of Women's studies.

Von der Layen, U. (2020, September 16). European Commission. Tratto il giorno April 2021 da European Commission: https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/SPEECH_20_1655


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