Esplorazione tra le note a piè di pagina

Adamo (1) Note. (1) Rimanendo fedeli all’uso delle note, ma ancor di più all’intento esplorativo che questa breve investigazione si propone, andremo dritti alla questione. Non useremo altra punteggiatura che la virgola ed il punto, usati separatamente, per evitare qualsivoglia fronzolo pseudo-pneumatico reso conduttore sintattico. Ci sarà impossibile, poi, distaccare concettualmente e semanticamente i periodi dato che, realisticamente, nelle note a piè di pagina non si usa mai andare a capo. Concluse le precisazioni stilistiche che questo caso sperimentale richiede, ve ne dobbiamo una contenutistica. L’investigazione, che da qui si delinea, vorrà mantenere un tono colloquiale e fedele alla proposta pop-culturale nella quale questo prodotto si innesterà. Teniamo, dunque, ad evidenziare quanto le categorizzazioni originali che questo scritto propone non abbiano la pretesa di collocarsi in alcun modo nel panorama teoretico della linguistica testuale né, tantomeno, di configurare un completamento alle ricerche sulle strategie metatestuali di Sveva Frigerio e dell’intero Département de Langues et Littératures romanes dell’Université de Genève, unici contributi linguistici al nostro argomento. Ma torniamo al titolo. Un’esplorazione che si rispetti ha intrinsecamente il compito di mettere a fuoco i dettagli offuscati dalla superficiale arborescenza del quotidiano. È una penombra che nasconde delle perle, legate l’una all’altra dalla sola e triste caratteristica di essere state oscurate dall’ accelerazione performativa che, paradossalmente, abbaglia tutti noi. È come ancorare la propria barca al largo del mare della Florida e osservare gli squali, riuscendo a distinguerne lucidamente soltanto la pinna. In quanto esplorazione, questa indagine cercherà di mettere a fuoco l’intero squalo, rimanendo a distanza di sicurezza, si intende. Lo squalo di oggi, dunque, saranno le note a piè di pagina. Wittgenstein, nel Tractatus logico-philosophicus, formula la settima asserzione in un modo che, a nostro avviso, è stato l’oggetto di interpretazioni a dir poco fuorvianti, conseguenze di una decontestualizzazione che è figlia della massificazione delle citazioni d’autore ridotte ad aforismi. La settima asserzione, di fatto, recita “su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Evitando, con un gioco di prestigio, il parallelismo tra interpretazione contestualizzata ed interpretazione decontestualizzata, arriviamo a riproporre il vero intento di Wittgenstein. Il logico di Vienna, con un passato ingegneristico non indifferente, sottolinea il limite principale del linguaggio, ovvero l’impossibilità di poter dire della forma logica dell’infrastruttura linguistica e la riduzione necessaria ad una mera indicazione di quest’ultima. La questione, dunque, è nella differenza tra i fatti ed il sostrato logico-formale che ne è sostanza. Il non-detto, ed è questo il punto, rimarrà indicibile, solamente intuibile, ma mai esplicitato. Le note a piè di pagina, invece, sono l’esplicitazione del non-detto. Wittgenstein parlava del mondo fenomenico e fattuale, del linguaggio come fenomeno di interazione acustica e come fenomeno linguistico nella dialettica del mondo. La nostra esplorazione comincia, in effetti, proprio ora, tentando di rileggere la settima asserzione in un altro mondo, quello del testo. Con un ulteriore gioco di prestigio, ci auguriamo riuscito, vogliamo evitare qualsiasi attacco pronto sostenere la tesi di Wittgenstein anche in questo campo da gioco, sottolineando che la settima asserzione è, nel nostro caso, applicata alla struttura formale, non prettamente linguistica, della produzione letteraria. Non ne analizzeremo le strutture logico-infrastrutturali, ma quelle puramente infrastrutturali, in un gioco narrativo che probabilmente favorisce l’intreccio alla fabula. L’infrastruttura diviene, in questo caso, pura impalcatura, pronta a sostenere gli altalenanti irraggiamenti concettuali che il libro, il saggio o l’articolo di turno possa emanare. Il corpus dello scritto ed il post-testo -spesso infra-testo- delle note dialogano simpateticamente tra loro, giostrandosi tra procedimento noetico e dianoetico, a cavallo di un atto di creazione che, ad anello, rende nuovamente l’impalcatura una infrastruttura. Il corpus indica, il post-testo esplicita. Esemplificando ai minimi termini, potremmo tentare di inquadrare le differenti tipologie di note a piè di pagina, nella misura in cui una tale classificazione possa avere lo scopo, anzi l’aspirazione, di verificare se il post-testo delle note sia effettivamente in grado di esplicitare ciò che il corpus riesce solo ad indicare, ma soprattutto ci interessa poter fare esperienza estrema -paradossale- di ciò che la stessa Frigerio definisce relazioni transtestuali(relations transtxtuel). Una prima tipologia di nota a piè di pagina è, senz’altro, quella del reindirizzamento bibliografico, con tutte le caratteristiche del caso, pronte a distinguere gli europei dagli anglosassoni per la precedenza della data di pubblicazione di un libro citato rispetto alla città di pubblicazione, e non solo. Una seconda tipologia è, invece, quella della puntualizzazione semantico-concettuale, utilizzata generalmente per chiarire un uso non ortodosso della terminologia tecnica. Infine, ci sembra di estrema rilevanza citare una terza tipologia, quella dello sdoppiamento argomentativo, in cui l’argomentazione del corpus genera una nota che apre ad un secondo viale della fabula, saggistica o narrativa, rendendo, per l’appunto, l’intreccio decisamente ricco e fertile di riflessioni trasversali. Queste tre tipologie di post-testo, che di certo non sono le uniche ma per lo meno ne descrivono le principali, ci sembra che si innestino, senza alcun problema di intersezione, in una temporalità artificiale, prettamente testuale, trascendentale rispetto all’argomentazione tout court e, perciò, puramente formale. La temporalità diviene formale quando la comprensione del lettore ottiene la precedenza sullo sviluppo narrativo o saggistico (si tratta di una definizione del tutto originale e ben lontana dalla linguistica cognitiva, disciplina che promuoverebbe la nostra esplorazione a vera e propria ricerca). È un porsi al-di-là del processo di immedesimazione. Il passato, il presente ed il futuro non collassano tra loro, come avverrebbe materialmente, ma si ipostatizzano pur restando verificabili grazie alla dialettica post-testo - corpus. Avendo, dunque, definito lo spazio ed il tempo nella nostra esplorazione, ed avendo persino definito, quasi sociologicamente, tre diverse tipologie di abitanti del post-testo, è arrivato il momento di definire che nota sia questa, compiendo uno sforzo autocosciente rispetto a noi stessi, o perlomeno nella formalizzazione hic et nunc. Rispondere ad un tale quesito necessita di un procedimento algoritmico. Il primo passo è la contestualizzazione. La nota riguarda una semplice parola del corpus, “Adamo”. È chiaro che non si tratta di un reindirizzamento bibliografico, dunque non avrete la fortuna di leggere una nota anziana, ovvero di una temporalità formale situata nel passato. Lo spareggio, ora, è tra la puntualizzazione semantico-concettuale e lo sdoppiamento argomentativo. La nostra idea è che, in questo caso, sia possibile dar vita ad una quarta tipologia, definibile nel procedimento osmotico tra il secondo e il terzo tipo. La puntualizzazione e lo sdoppiamento si integrano su un terreno di contingenza. Adamo è libero di agire nell’Eden, libero da qualsiasi inibizione. Quella di Adamo è una disinibizione che ignora completamente l’esser-spudorato, è un’alternanza del bianco e del nero, in cui l’idealismo, ovvero la sfumatura, è in prigione. L’Eden è un campo da gioco, è la risultante della sommatoria tra corpus e post-testo, tra ciò che si può dire e ciò che si può solo indicare, pur non escludendo l’autoreferenzialità, da parte del corpus, dell’impossibilità esplicativa di ciò che può solo indicare. Adamo agisce e l’Eden lo accoglie, ma ne comprende i limiti, o meglio, ne osserva il confine con una dimensione altra seppur complementare. Nella contingenza del giardino della disinibizione, di quell’unico albero da non considerare, dalla costola di Adamo viene generata l’alterità, il post-testo che puntualizza in quanto metro di significazione, ma che soprattutto si sdoppia in quanto accoglienza pura di ciò che è altro, nella piena co-abitazione. Dalla costola di Adamo è generata la differenza. Eva.

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