Felicità e desiderio in Schopenhauer e Seneca

Ciò che immediatamente si evince da una prima lettura de Il mondo come volontà e rappresentazione è che Schopenhauer definisce la felicità per via negativa, ovvero dapprima chiarisce come dolore e noia caratterizzino in modo costitutivo la vita umana e, in secondo luogo, ammette la felicità solo come momento di passaggio, di transizione tra questi stati d'animo fondamentali. Ricordiamo il famoso aforisma che sintetizza tale argomento: “La vita è un pendolo che oscilla tra noia e dolore”, ossia, dopo il soddisfacimento di un’aspirazione che ci provocava dolore, subentra uno stato melanconico e triste poiché si è annoiati e senza obiettivi, quindi si ricade di nuovo nel doloroso desiderio per combattere la noia, e così via indefinitamente.

L’argomentazione del filosofo sembra in un primo momento molto forte, anche perché nell'opera sopracitata è arricchita di esempi concreti che fanno leva sull’esperienza personale di ognuno: chi di noi non ha mai provato un senso di scontentezza e delusione dopo aver soddisfatto un desiderio a lungo anelato?

Tuttavia, io credo, è possibile dare una definizione opposta di felicità, ossia positiva, che non la consideri come mancanza. Tra le molte possibili in questo senso, una è quella che dà Seneca nel De vita beata e che intendo qui esporre. Egli sostiene che la vera felicità è posta nella virtù, ossia nel coltivare quotidianamente la ragione, sia come sapere che come pratica di vita. Per "ragione" egli intende quella facoltà mentale che libera dai pregiudizi, dal mito, dalle opinioni radicate ma false, e consente di stabilire un criterio universale per la condotta dell’uomo. In altre parole, in Seneca questa concezione della ragione (che io definirei "ragione liberante") appare molto simile a quella che il filosofo Piero Martinetti ha espresso efficacemente nel suo celebre aforisma: "Comprendendo la realtà noi la trasformiamo; penetrando con l'intelligenza il male, noi lo dissolviamo".

In definitiva, per Seneca la ragione è l’autentica natura dell’uomo, la sua essenza, ciò che lo distingue da un animale e lo avvicina agli dei. La coincidenza tra ragione e pratica di vita, obiettivo sempre difficile da raggiungere, genera nell’uomo una felicità autentica, stabile e inattaccabile dagli affanni della vita. Rifuggire i piaceri dei sensi, vani e inutili per quanto allettanti, oltremodo dannosi se confusi con la virtù, è parte di questo sforzo. Tutto ciò avviene, secondo il filosofo, poiché, nella realizzazione della propria natura razionale, cioè nella virtù, il saggio segue quell’istinto di autoconservazione – sinonimo di felicità e amore per la vita - che è la tendenza primaria degli esseri viventi, inconsapevole nei vegetali e negli animali e consapevole nell’uomo.

Tuttavia, a questo punto si potrebbe obiettare: non è forse vero che ricercare la virtù implica il desiderio di ottenerla? E tale desiderio, nella logica di Schopenhauer, non genera forse dolore e, appena realizzato, comporta noia? Chiunque si ponga queste domande a mio parere commette inconsapevolmente due errori, l’uno implicito nell’altro, sui quali fermerò la mia attenzione. 1) La sequenza dolore-desiderio-appagamento-noia presuppone sempre la presenza di un oggetto del desiderio; ad esempio, quando Schopenhauer parla dell’eroe la cui narrazione, in letteratura, si arresta non appena raggiunge il fine bramato, egli presuppone che l’eroe venga infine a possedere l'oggetto desiderato. Tale logica dunque non è applicabile alla virtù, poiché essa non è un oggetto da ottenere, ma è una prassi da coltivare continuamente, mettendo in pratica dei precetti, primo tra tutti quello di vivere secondo ragione. Inoltre, la virtù non è mai raggiungibile completamente, ma è sempre un obiettivo a cui tendere (per utilizzare il linguaggio della Analisi matematica, si raggiunge all’infinito, o meglio, ad essa ci si avvicina asintoticamente).

2) Se la virtù non è un oggetto del desiderio, allora non è il suo raggiungimento che genera felicità, ma è la sua pratica stessa la fonte del bene. Il premio risiede nel praticarla, così come un bambino che gioca lo fa per il mero gusto di farlo, senza tendere a un fine: gioca per continuare a giocare, così come un artista non crea arte per giungere all’obiettivo di ottenere l’oggetto finito (tale sarebbe l’artigiano), ma per il piacere che trae dalla pratica.

In conclusione, la concezione di Schopenhauer si rivela fondamentalmente opposta ad una che definisca la felicità al di fuori della logica soggetto-oggetto (o desiderante-desiderato) che egli presuppone nella sua teoria sul dolore. Una di queste concezioni alternative è, come ho provato ad argomentare, quella senecana, in cui scompare il valore del raggiungimento del fine.

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