Il gioco sociale: una partita ai supplementari

“La vita sociale è una “lotta” che esclude ogni vittoria e che, inversamente, quando si può parlare di “vittoria”, si è fuori da tale lotta […]. I canti degli indiani guayakì ci ricordano, infine, che non si può guadagnare su tutti i piani, che non si possono non rispettare le regole del gioco sociale, e che si illude grandemente chi cede al fascino di non parteciparvi”.

Pierre Clastres scrive così, circa una condizione sociale particolare di una comunità amerindiana, suo oggetto di studi: gli uomini cacciatori, costretti da un tabù alimentare, che maledice chi mangia le proprie prede, a dipendere dalla caccia degli altri, e alla poliandria delle proprie mogli per la scarsità di donne nei loro villaggi, trovano sollievo nell’intonare di notte, da soli, dei canti. Illuminato debolmente dal chiaro di luna, l’indiano guayakì rivendica la propria individualità e singolarità, in un assetto sociale che non lo considera mai come unico protagonista della caccia – l’attività che lo realizza in quanto “uomo”, né come solo proprietario del cuore della sua amata. E non è un capo ad impartire questo obbligo di pacifica convivenza dall’alto (non esiste in queste culture, infatti, potere coercitivo), ma il meccanismo sociale stesso, che pone gli uomini di fronte a delle scelte di necessità: o condividi la tua donna con un altro, o il villaggio è destinato a scomparire; o mangi la carne cacciata da altri, o la maledizione che si abbatterà su di te ti renderà inabile all’arco e dunque alla caccia, togliendo così fonte di cibo al tuo popolo, condannato alla carestia e così alla morte. Di questa frase, che coglie dall’esperienza dell’uomo amerindiano l’essenza stessa della vita sociale in genere, più mi ha colpito questo termine: gioco. Cos’è il nostro assetto sociale, il nostro ordinamento giuridico, le nostre istituzioni politiche se non l’insieme di ruoli, il manuale delle regole e le categorie di un enorme gioco da tavolo, dove il tabellone è il paese su cui ognuno, da cittadino, è la propria pedina? Ogni nostra azione, in uno Stato, è vincolata da una serie di norme poste a priori, può essere calcolata in base ai nostri obiettivi e determina il prosieguo di quella partita sociale che dura l’intero arco della nostra vita: simulare, essere veritieri, violare le norme; tutto ha conseguenze. Gli accidenti sono alla pari delle carte “Imprevisti” del Monopoli, di un tiro di dadi a più di sei facce. E chi meglio sa giostrarsi tra alleanze diplomatiche, usi migliori delle risorse, ostacoli casuali e prove da superare, è visto come massimo (ma non assoluto) vincitore in un ludus che sembra voler essere, per natura, collaborativo – la competitività nasce dopo, in questo orizzonte relazionale già costituito. Divengono così lampanti quei parallelismi che l’assurda e curiosa mente umana ha compiuto quando, all’invenzione del primo gioco di società, prendeva per esso corposi suggerimenti dal già “millenariamente” presente gioco della società, vero quanto il fatto che, come ormai è risaputo, il comportamento ludico è fra le prime forme di relazione per la quasi totalità degli esseri viventi che abbiamo potuto osservare giocare. Una dimensione “naturale” del gioco, insomma, che si dimostra anche nelle comunità amerindiane, laddove non vi è coercizione ed eppure nasce il gruppo giocatore, le modalità strategiche da adottare, le regole da seguire; gruppi, modalità e regole che poi, nello scorrere del tempo, si modificano e rielaborano e moltiplicano – sia per gli amerindiani, sia per noi occidentali “statalisti”, tutti fautori e soggetti di un costante design development che rinnova perennemente la partita, durante cui non si ripete mai una stessa mossa.

Tuttavia, gli indiani guayakì piangono, nonostante l’inesistenza di un rapporto tra sovranità e sudditanza che, da sempre, è sinonimo di violenza. Oltretutto il loro è un canto che, come Clastres sottolinea, ha toni gioiosi, temi cari quali la caccia; quasi panegirici rivolti a loro stessi che celano un bisogno di unicità, in un paradosso tra risa e malinconie che pare riproporsi nel “gioco sociale”. Che siano obbligati a parteciparvi o meno, i giocatori sono vincolati sempre alle leggi del gioco, come manette intorno ai loro polsi, per il semplice fatto che sono sempre in compagnia e devono dunque, sempre, giocare, se vogliono custodire quei benefici che soltanto la partita sociale produce. Allora gli uomini cacciatori delle Americhe rivendicano una solitudine universale, e lamentano la condanna dell’uomo di doversi continuamente relazionare, volente o nolente, con una serie di compromessi che, sì, realizzano certi obiettivi dettati dal gioco stesso, ma non soddisfano pienamente tanti altri desideri nati al di fuori di quello. Si richiama un proverbio già di suo paradossale: “la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri” – ma se la libertà ha dei limiti, e i limiti sono il segno della coercizione, la libertà nasce solo dov’è coercizione. E dove v’è coercizione, vi è violenza.

È così spiegata il dualismo del gioco, della società: laddove si vince, si perde pure; si sorride e si sbuffa durante la partita, perché per acquistare il maggior numero di proprietà (obiettivo del gioco) devi spendere il tuo denaro, e faticare per averne di più (contro i desideri di risparmio e di ozio). Tuttavia, in società, pare percepire molto più la pesantezza dei vincoli rispetto al valore dei beni che ne ricevo. Dov’è il divertimento, nel gioco sociale? Infatti, il gioco è sempre stato definito nei vocabolari come una “attività ricreativa”, intrinsecamente finalizzata all’intrattenimento di chi ne prende parte. E da sempre, giocare significa divertirsi: ma se posso gioire solo parzialmente, nel gioco sociale, che razza di gioco è? “Intrattenere”, in realtà, non significa esclusivamente “divertimento”. Lo abbiamo detto: anche nei giochi da tavolo capita un evento negativo, o si perde del tutto. “Intrattenere” significa, piuttosto, offrire una serie di motivi d’azione come passatempo. In questo senso possiamo allora comprendere il fine intrinseco della partita sociale che ci accompagna per il resto della nostra vita: è il riempimento costante dei nostri giorni, che ci distrae dal ticchettio degli orologi e dal ricordarci che la partita, prima o poi, si conclude. E cosa fanno i vincoli sociali se non cercare di prolungare la durata della nostra vita con beni che solo la collaborazione con gli altri ci offre – oppure, in altre parole, di prolungare il più possibile il gioco? È chiaro: per chi hanno valore le cariche pubbliche, se non per l’uomo? Per chi ha valore il lavoro e maestosità il grattacielo che ha costruito l’operaio, se non per l’uomo? Per chi ha valore lo scrivere e il teatro, se non per l’uomo? E cos’è tutto ciò, se non un modo che l’uomo ha per distrarsi dalla finitezza della vita e che ha messo a punto grazie ad un altro uomo che riconosce i titoli onorifici, apprezza i grattacieli, insieme ai libri, le poesie e gli spettacoli? E cos’è questo rapporto, se non quello serio e incontestabile tra due giocatori che riconoscono gli stessi valori chiariti nel manuale? Infine, per intrattenere non c’è bisogno che vi siano più vittorie che sconfitte, perché anche le perdite e le sfortune intrattengono. Non solo intrattengono, e “donano colore”: perché una vita in discesa, proprio come un gioco senza sfida, non ha lo stesso sapore di una partita che, sebbene conclusasi con una sconfitta, s’è susseguita con un alternarsi di scelte e di mosse mozzafiato. Così, allora, si comprende perché, nonostante “non si può guadagnare su tutti i piani”, come scrive Clastres, continuiamo a voler salire sulle montagne russe del gioco sociale – a piangere, sì, col canto, la vittoria assoluta che non avremo mai ma che, tutto sommato, appare così dannatamente noiosa.

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