In giro per Laputa e dintorni

Sulla terra degli Houyhnhnm e perché siamo tutti un po’ come Gulliver

Dinanzi a quest’ultima riflessione sento di dover invitare i lettori a prender guanti, forcella, congegni e ghiribizzi, poiché l’argomento che seguirà è delicato e dal giudizio maledetto. Se infatti l’opera di Swift è stata ampiamente riconosciuta per il suo indubbio valore all’interno dell’ambiente ove i critici amano trascorrere le loro giornate, essa ancora fatica ad imporsi per importanza nel contesto più popolare. Non è affatto semplice infatti emergere da quel pantano etichettato e denominato con il termine di “narrativa per fanciulli” (eppure una forte miopia mi impedisce di considerare questo titolo come sminuente) ed assurgere ad una dimensione di maggiore complessità ed impegno letterario e questo poiché per secoli lo scritto è stata sottoposto a censure bislacche, tagli, troncamenti, modifiche senza altri intenti se non mortificare l’opera e distorcere le chiavi di lettura, che essa ci offre, fino ad eliminare interi capitoli nell’edizioni per bambini, ai quali spesso viene prescritta come palliativo letterario; certamente il carattere e la personalità forti dell’autore, amante della polemica e misantropo dalla nascita, non hanno apportato alcun aiuto. Invero è pericoloso precorrere simili sentieri ciechi e impervi, in quanto ci troviamo di fronte ad un testo estremamente complesso e raffinato. Perché mai leggere “I viaggi di Gulliver” con sguardo più verace e fin da subito? Dal principio oserei dire per il suo spiccato carattere avventuroso con il quale ci viene donata la possibilità di conoscere terre rare ed inesplorate nel puro stile di un viaggiatore settecentesco, in un’epoca ove abbondavano i resoconti marinareschi, caratterizzati da racconti inverosimili e suggestivi, nei quali si descriveva un Mondo ancora misterioso, privo di satelliti e di macchine fotografiche (l’opera fu pubblicata nel 1726, alcuni anni dopo la pubblicazione di “Robinson Crusoe”, di Daniel Defoe). Stimola, nutre, cerca di saziare la nostra fantasia con immagini potenti e memorabili (impossibile abbandonare all’oblio della nostra memoria i luoghi e i personaggi di cui leggiamo le gesta); sono gli anni in cui nasce il mito del kraken, di orrende creature marine dall’indole sanguigna, di cui Swift si burla con un linguaggio fresco, carico di neologismi, lingue inventate, eppur ricco di figure linguistiche inusuali, talvolta addirittura farraginose, ma irresistibili in quanto sostenute dalla vivace curiosità del protagonista e la sua allegra inclinazione a nuove scoperte. In più, riprendendo il tentativo già adottato da Luciano di Samosata nella sua opera “La storia vera”, cerca di mostrare con toni seri e determinati la veridicità di eventi e fenomeni assolutamente straordinari. Prevedo già un risultato minimo, forse goffo, per il quale invito al principio il lettore a scusarmi, dal momento che sono imprigionato da tremende catene e borchie malefiche, i cui anelli sono costituiti dal limite di non poter dar troppo fiato alla penna. Nonostante una simile premura per la salute dei miei polpastrelli, ritengo in seconda istanza che quest’opera meriti un’analisi più approfondita anche come nitido esercizio di stile. Leggere gli scritti di Jonathan Swift difatti ci insegna cosa realmente significhi essere cinici, adottare un linguaggio costantemente caustico all’interno di un equilibrio ben preciso e che mai viene scalfito, come si imposti una satira polemica, ma raffinata, espressioni basse in locazioni alte e non volgari, imparando a costruire le fondamenta narrative del genere della prosa satirica direttamente da uno dei suoi più illustri maestri, citando Leo Dormosh e molti altri (per i quali rimando alla tediosa ed indispensabile bibliografia, nella quale illustro le fonti). L’autore non esita a scagliarsi contro tutto e tutti, in opposizione alla politica e alla religione del suo tempo e in una feroce critica del comportamento umano ed ogni viaggio, qualsiasi personaggio divengono pretesto ed espediente per denunciare i meccanismi del potere, la pretesa razionalità, l'assurdità delle convenzioni sociali e le insensate cause della guerra, nonché i suoi innumerevoli interessi. Fonte di ispirazione principale è evidentemente l’“Utopia” di Tommaso Moro, il quale, a onor del vero, stima e apprezza, seppur nel tentativo di ribaltare quel tentativo di tradurre una società ideale nella praticità del reale e mostrarne l’impossibilità a partire dal crepidoma dei suoi presupposti. L’opera si apre subito con una basilare descrizione che il protagonista fornisce di sé e con il forte tentativo di parodiare gli scritti di William Dampier, famoso esploratore inglese, il quale influenzò numerosi auotri e naturalisti con i suoi racconti inverosimili e il primo paese visitato e probabilmente più esemplificativo è Lilliput, i cui abitanti, i Lillipuziani, si contraddistinguono subito per le loro dimensioni ridotte a 15 centimetri rispetto al metro 1,95 del nostro Lemuel Gulliver (scala 1:12). Il loro re, il quale siede sul trono della loro capitale: Mildendo, è un chiaro riferimento al re Giorgio I e alla sua coorte, come richiama il “suo labbro austriaco”, mettendo in ridicolo le lotte tra le varie fazioni, rappresentate dalla rivalità tra "tacchi alti" e "tacchi bassi" (i partiti del parlamento lillipuziano, riferendosi ai partiti “Whigs” e “Tories”), gli intrighi di corte, i metodi con cui viene conquistato il potere e la fiducia del sovrano, insistendo sulla corruzione dei tempi presenti rispetto a un luminoso passato, ormai distante. In eterno conflitto con il regno vicino di Blefuscu, rappresentante la Francia, giustificato nel libro dalla divisione fino al fratricidio e da un'annosa e irresolubile controversia sul modo più corretto di rompere le uova, se dalla parte più grossa o da quella più piccola (piccola allegoria degli scontri tra cattolici e anglicani). Dopo aver appreso la loro lingua, Gullliver imparerà a conoscere i lillipuziani, i quali, proprio come gli inglesi, appaiono come esseri estremamente razionali ed evoluti, dei quali il protagonista ne loderà la tecnologia, e tuttavia malvagi e spietati, con un’educazione durissima ove il figlio più capace viene strappato alle madri (riprendendo quindi la pratica spartana, in contraddizione quindi con il loro grado di sviluppo) ed un’applicazione della legge inutilmente punitiva, come lo stesso Gulliver denuncia assistendo all’esecuzione capitale di un pover’uomo, poiché aveva rubato una mela. Non si può non notare l’elegante allegoria, con la quale Swift mostra quindi dei personaggi, i quali hanno sviluppato enormemente la loro ragione, al duro costo però di non coltivare il corpo e le sue pulsioni, gli umori, le passioni, ripudiandolo, poiché costituente un’inutile zavorra per la nostra mente e ciò giustifica le ridotte dimensioni di tali personaggi e la loro superbia, essendo convinti di essere superiori a tutti gli altri regni esistenti nel Mondo, nonostante abbiano davanti un gigante come Gulliver. In seguito il protagonista, al quale ormai siamo affezionati giunge a Brobdingnag, una terra popolata questa volta da giganti, nella quale Gulliver rappresenta l’essere minuscolo (la scala è invertita a 12:1) ed è chiara l’opposizione con il popolo precedente. Non a caso, superato lo spavento iniziale, Lemuel riuscirà a convivere pacificamente con queste creature, combattendo con vespe giganti, di cui conserverà gli aculei per costruire degli stocchi, e discutendo di argomenti sofisticati con l’imperatore brobdingaggiano. Egli, a differenza dei piccoli abitanti di Lilliput, si dimostra in tal caso un’essere buono, come tutto il suo popolo, nonché un grande coltivatore della morale, il quale rifiuterà con disgusto la proposta del protagonista, quando quest’ultimo si offrirà di produrre e donargli la polvere da sparo, a loro sconosciuta, dopo essere venuto a conoscenza delle sue possibili applicazioni belliche. Cionondimeno a cotanta bontà si contrappone una profonda ignoranza in numerose discipline, come la: letteratura, la Filosofia, la politica ed un generale sottosviluppo della Ragione, dimodoché Swift possa mostrarci un popolo, che coltivò esclusivamente il corpo a discapito della mente. Nel terzo capitolo Gulliver si ritrova in terre particolarmente esotiche ed evocative, a partire da Laputa, ovvero un’isola galleggiante, in grado di innalzarsi e fluttuare tramite un grande magnete rivestito da un sostrato adamantino. I suoi abitanti appaiono goffi ed eternamente impegnati nelle loro riflessioni e meditazioni, procurando un’enorme delusione a Gulliver, poiché hanno sviluppato solo due ambiti disciplinari, ignorando tutto il resto che costituisce lo scibile delle conoscenze: ovvero la musica e la matematica. Talmente distratti, da ignorare le loro donne, frustrate ed affascinate dagli stranieri, da inciampare in ridicoli incidenti e seguiti da servi fedeli, i quali girano con un ingegnoso sonaglio con il quale richiamare l’attenzione del padrone, nel caso sia necessario ridestarlo dal suo torpore intellettivo. Chiaro il riferimento alle “Nuvole” di Aristofane e la denuncia all’immagine del pensatore estraneo al Mondo, come concepito da Bréhier nella famosa critica mossa alla riflessione di Merleau-Ponty, ossia immerso in una comunità autoctona, dove si parla una sola lingua, sospeso in un aere ideale, oggettivo e con la pretesa di studiare il reale, dimenticandosi di farne parte, voler essere uno spettatore distante dalle impurità, da qualsivoglia contaminazione con la realtà, e rinnegando di essere investiti dalle medesime tempeste, che incorrono sule terre al di sotto di loro e che governano. Quest’ultime infatti costituiscono il territorio di Balnibarbi, una landa piena di acquitrini e devastata dalla povertà, governata da un sovrano indifferente alle scienze (probabile riferimento al principe del Galles, figlio di Giorgio I). Oltre alla critica al partito dei whigs, il quale impoverì terribilmente il territorio irlandese, assimilato alla capitale Lagado, Swift, nel momento in cui Gulliver visita l’Accademia delle Scienze del paese, ripudia l’atteggiamento dello scienziato, troppo impegnato in ricerche ed esperimenti privi di interesse pratico, come cercare di raccogliere energia solare dai cetrioli, ammorbidire il marmo per farne dei cuscini o cercare di capire, studiandone gli escrementi, se una persona sia o meno una spia. Si può intuire la critica alla celebre “Royal Society” e ai suoi esponenti, tra i quali, a puro scopo esemplificativo: Richard Bentley, già vittima di un altro celebre scritto dell’autore (La favola della botte). Segue poi il regno di Glubdubdribb, una piccola e fertile isola, abitata da stregoni, al cui sovrano Gulliver chiederà di poter rievocare dal regno dei morti i grandi geni del passato, quali: Giulio Cesare, Bruto, Omero, Aristotele, René Descartes e Pierre Gassendi (malgrado il noto sestetto dantesco, i personaggi citati fungono da pura sponda positiva da contrapporre agli infimi personaggi politici contemporanei a Swift) e l’isola di Luggnagg ove il protagonista conosce le figure degli Struldbrug, i quali hanno il dono dell’immortalità, ma non dell’eterna giovinezza, continuando ad invecchiare, dimodoché la loro condizione imperitura viene giudicata negativamente. Infine, l’opera di Swift andrebbe letta, perché Gulliver è a tutti gli effetti un uomo moderno esattamente come noi. Fin dalle prime battute infatti egli si mostra come un uomo dal grande ingegno, con eccellenti conoscenze in diversi ambiti, dalle lingue (il suo particolare modo di apprenderle, indicando gli oggetti, è ancora una volta una critica al realismo di Hobbes e Locke), alle arti marinaresche, a quelle naturalistiche, oltre ad una sconfinata sete di conoscenza. Egli, con la finalità di placarla, raccoglie la responsabilità del “dover esserci” nel Mondo, del pensatore che deve ritornare alla realtà, con una figura tanto cara a Marchesini, tanto da lasciare senza eccessive premure mogli e figli e gettarsi nuovamente all’avventura per mare, malgrado la mezz’età, tra pericoli e incertezze (tra un viaggio e l’altro, il tempo massimo di soggiorno a casa è di soli cinque mesi). A sostenerlo in un simile scopo, quello del progresso della civiltà umana, come egli ribadisce più volte nell’introduzione, è un perenne entusiasmo, un ottimismo inossidabile, che sopravvive anche quando rischia la vita, viene catturato dai pirati o rischia di essere divorato da una scimmia. Eppure esso scricchiola sempre più con l’ammontare di disavventure e delusioni maturate, finché non raggiunge il suo picco, una volta giunto nella terra degli Houynhnhms, isola fittizia, probabilmente situata al largo delle coste australiane. Quest’ultimi sono cavalli dalla mente estremamente sviluppata, in grado di costruire una loro cultura e un linguaggio; vivono in una comunità evoluta e indubbiamente sono il popolo più progredito all’interno dell’opera, al quale si contrappone la figura orrenda e disgustosa degli Yahoo, esseri dalle sembianze umane viventi sull’isola, privi di ragione, eccetto qualche barlume di furbizia e disprezzati dagli stessi Houynhnhms, i quali se ne servono, schiavizzandoli e costringendoli ai lavori forzati. E’ possibile chiaramente dedurre ancora una volta come, anche in questo caso, pur essendo un popolo in grado di coltivare sia la mente che il corpo, al quale dedicano gran parte della loro formazione, vi siano elementi contraddittori rispetto allo sviluppo della loro ragione. Oltre alla schiavitù sopra citata, essi meditano all’interno di un Consiglio di sterminare la razza Yahoo dall’isola (opzione che non verrà approvata grazie allo stesso Gulliver, scambiato per uno Yahoo particolarmente prodigioso ed evoluto), convivono in una gerarchia basata sul colore del manto, uccidono gli asini e li considerano poco evoluti, sono incapaci di provare emozioni, passioni, di dispiacersi della morte di un caro, né si fanno scrupoli nel consegnare a Gulliver della pelle di Yahoo scuoiate per fabbricare la vela della canoa, con la quale abbandonerà l’isola, poiché non accolto dalla comunità Houynhnhm a causa della sua diversità. Gulliver, da persona particolarmente razionale, arriverà ad idolatrare simili creature equine e si convincerà che solo approdando ad una Ragione totalmente logica e neutra si possa perseguire la conoscenza, indi cadrà in deliquio e dispererà dell’idea di non poter vivere per il resto dei suoi giorni su quell’isola, per la quale era disposto ad abbandonare la propria famiglia. Al ritorno in Inghilterra faticherà ad ambientarsi nuovamente poiché inorridito dalla visione e dall’olezzo emanato dai suoi simili, nei quali vedrà gli stessi Yahoo, che aveva imparato a disprezzare durante i tre anni vissuti con gli Houynhnhms, al punto da impedire ai suoi cari di toccarlo e dover sostare diverse ore davanti allo specchio per riabituarsi alla vista di un essere così imperfetto e irragionevole. Gulliver rappresenta l’essere umano, il quale, pieno di buoni propositi e ideali elevati, si pone alla ricerca del Mondo, ma nel momento in cui coglie delle diversità che lo ridimensionano, vuole evitarne le ibridazioni e preferisce rintanarsi nella lamentela di quel paradigma dell’incompletezza umana di matrice umanistica e se possiamo imparare molto dal nostro amico e dalla sua tendenza all’esplorazione, dal suo entusiasmo per il sapere, quest’ultima degenerazione è assolutamente da evitare. Infatti da tutti gli altri incontri, Gulliver, pur felice di aver arricchito la propria conoscenza, avendo scoperto nuove culture, aveva sempre constatato la superiorità umana e solo giungendo sull’isola dei cavalli la sua figura ne deriva sminuita, così da giungere ad una chiusura irreversibile nei confronti di quel Mondo che tanto aveva amato. Al contrario dobbiamo allenarci a mantener vivo quell’entusiasmo per il sapere sopra citato e non considerare un confronto con l’alterità culturale come una sconfitta o addirittura un invito ad essere umili ed accettare l’eventuale disparità supinamente, bensì come un’opportunità con la quale arricchirsi ulteriormente, con la quale contaminarsi ed avanzare nella pluralità del sapere, mantenendo e preservando quell’apertura al Mondo, indispensabile per il nostro progresso.

Bibliografia essenziale e fonti consultate

Celati, Gianni (introduzione e traduzione), “I viaggi di Gulliver”, Jonathan Swift, ed. Feltrinelli, 1997. Ristampa 2014.

Drady, Franck(ed.), “Twentieth century Interpretations of Gulliver’s Travels. A collection of critical essays”, Englewood Cliffs, New Jersey, 1968.

Attilio Brilli, “Swift o dell’anatomia”, Firenze 1974.

  • (“Introduzione e cura di”), “I viaggi di Gulliver”, Milano 1975.

Landa, Louis A. (ed. by, and with notes by), “Gulliver? s travels and other writings”, Boston 1960.

Ginzburg, Carlo, “Making things strange: the prehistory of a literary device, in “Representations” LVI, University of California Press 1966.

Papajewski, Helmut, “Swift and Berkeley, “Anglia” LXXVII, 1959.

Sertoli, Giuseppe, “Ragione e corpo nel quarto viaggio di Gulliver, in “La critica freudiana”, a cura di Franco Rella, Milano, 1977

Turner, Paul (ed. by, and nothes with by) “Gulliver’s travel”, Oxford, 1971.

Maerleau-Ponty, Marcel, “Il primato della percezione e le sue conseguenze filosofiche”, 1949.

Marchesini, Roberto, “Post-human: verso nuovi modelli di esistenza”, Bollati Boringhieri, 2002.

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