L’incredibile storia dell’isola delle rose

Supponiamo che, nell’Italia del secondo dopoguerra, venga in mente ad un ingegnere bolognese neolaureato di rompere tutte le convenzioni sociali, ma soprattutto politiche, dell’epoca e costruire non una casa, non una città, ma un’isola. E, per di più, non un’isola qualunque, non il disperato tentativo di una nascosta richiesta d’attenzione (direi, per lo più, di fuga), non un atto in favore della vita da eremita, al contrario! Piuttosto, un luogo-non luogo, conosciuto ai più, sconosciuto alle leggi, senza governo, né governanti, ma con cittadini provenienti da tutto il mondo che hanno la possibilità di rivoluzionare loro stessi e l’idea, divenuta realtà, che abitano. È proprio questo il racconto, tratto da una storia vera, che ci narrano le riprese di Sydney Sibillia nel film “L’incredibile storia dell’isola delle Rose” con protagonisti Elio Germano, nel ruolo di Giorgio Rosa, il fondatore dell’isola, e Matilda De Angelis. Questo è ciò che accade a partire dal 1958 fino alla definitiva decadenza, avvenuta con l’occupazione dell’esercito italiano, e la demolizione di quella che viene descritta come una “piattaforma artificiale”, nel 1969. Com’è chiaro, il film, per la costruzione della trama, getta in fondamenta in ragioni romantiche: quelle di impressionare la ragazza prediletta dal protagonista, ma siamo sicuri che per corteggiare una ragazza in territorio emiliano ci sia bisogno di costruire un’isola al di là di tutti i confini geopolitici, insomma di compiere un gesto tracotante e allo stesso tempo tragico solo per conquistare una donna? In effetti, non andò proprio così. Scavando a fondo nelle motivazioni che spinsero così lontano le idee e le intenzioni di Giorgio Rosa vi sono sicuramente istanze legate a tematiche filosofiche ancora attuali e d’interesse per la filosofia politica. Quella del protagonista, infatti, è sicuramente la scelta senza indugio di un dionisiaco ed il rifiuto categorico di ciòche le leggi dell’apollineo comporterebbero inevitabilmente. In effetti, come ci mostrano le prime scene del film, a seguito della costruzione e fondazione dell’isola che prende idealmente il nome dal suo costruttore, sono proprio i riti “moderni” all’insegna della dissolutezza a governare la “nuova nazione”. In ogni caso, per quanto Belle, platonicamente parlando, siano le idee del giovane Rosa, e per quanto vi si mostriil rifiuto di qualsiasi classe o sovrastruttura sociale (ideologica o meno), si pone sempre il problema della realizzazione di queste idee. Ove il verbo “realizzare” può essere adoperato, se permettete, nella sua accezione quasi ossimorica rispetto all’uso che se ne fa di solito; in questo caso è un uso più metaforico, posto su un piano strettamente ideologico. Non parlo di bulloni, costruzioni o metallo, bensì di cos’è la realtà, la verità ontologica al di là di ciò che materialmente, da ingegneri o meno, politicamente o socialmente, possiamo costruire, di ciò che vi è di celato al di là del velo di Maia che limita il nostro sguardo.

A questo punto, sorge spontanea la domanda, soprattutto da noi che ci interroghiamo continuamente su tematiche come queste, sconosciute, reali, politiche, idealiste… che cos’è davvero l’“Insulo de la Rozoj”? Che cosa rappresenta la sua realizzazione e da dove nasce l’esigenza di cambiamento che inevitabilmente innalzainsieme alle sue mura di metallo? È forse un’utopia e al contempo l’apoteosi della delle tendenze dittatoriali della società e del suo nichilismo? Vogliamo farla passare forse per una sorta di ristretta lobby di estremisti totalitaristi? E se davvero fosse così, quale sarebbe il problema alla base della politica italiana (dell’epoca, di quella odierna è il prodotto) che spinge l’uomo al totalitarismo e al libertinaggio di Rosa? è davvero solo un tentativo utopico, e prima ancora l’esigenza di emanciparsi come individuo libero? O il mero capriccio mal calcolato di un cittadino sognatore e anarchico che non vuole sottostare alle regole e non ha davvero tutto il materiale sociale e politico necessario (per intenderla alla Marx)? Quali che siano le risposte ai miei interrogativi, o che non ve ne siano affatto, non ha importanza, i miei sono solo spunti e provocazioni.

Mi limiterò ad accostare alla precedente riflessione circa l’idea alla base di questa grande costruzione un altro concetto per guidarvi (si spera!), interrogarvi(soprattutto) e, (senza fretta ne obbligo) rispondervi; ovvero, quello di “identità”, una parola in cui risuonano “idea” e, se vogliamo, “ideologia”.

Il termine “idea” deriva dalla radice greca “-id” che dàvita ad una particolare forma del verbo “vedere” nella lingua antica.

Nell’ambito della filosofia greca, l’idea è uno dei capisaldi della filosofia platonica, che la concepisce come qualcosa che, come un’isola rispetto alla terraferma, è irraggiungibile: può essere solo contemplata. È irrealizzabile materialmente, perché è la stessa materia a non poter raggiungere la perfezione di ciò che è, che rimane un’astrazione.

D’altro canto, l’idea nasce inevitabilmente da un’esigenza profonda che probabilmente, e da Platone e da qualsiasi sognatore italiano è sicuramente un’istanza di perfezione e realizzazione, appunto, sia sul piano individuale che sociale o politica.

Un’idea, come quella dell’ingegnere Rosa, quindi, dev’essere prima di tutto, contemplata, ricollegandoci all’etimologia: “guardata”. Al rovescio di questo concetto, allo stesso tempo, vi è l’identità, che si ricollega all’idea e fa da spartiacque tra l’idea in senso stretto e la sua realizzazione, soprattutto nel caso della realizzazione di uno Stato. Dunque, secondo le nozioni di base della politica, uno stato dev’essere prima costituito per essere riconosciuto o meglio, contemplato, concepito come tale. In questo senso, quindi, guardato dall’Altro (in termini Hegeliani, dunque, riconosciuto come tale, lo stesso accade per i cittadini in politica, per identità del singolo nella psicanalisi). In conclusione, è stata questa la sfortuna dell’ingegnere Rosa? Essere l’Altro di altri “individui” che gli erano ostili? E per quale motivo? Quale capovolgimento irreversibile avrebbe causato, se avesse avuto realmente un’identità, un riconoscimento, l’Isola delle rose?

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