top of page

Libera Chiesa in libero Stato (?)

Stato-Chiesa: l’ultima tappa di un conflitto millenario

Questa celebre frase, da alcuni attribuita addirittura a Camillo Benso, conte di Cavour, definisce, sinteticamente, l’assetto separatista dei rapporti tra Stato italiano e Chiesa Cattolica; tuttavia, considerato la grande influenza che la Chiesa esercita, in primis sull’opinione pubblica, e il radicamento del sentimento religioso, spesso, nella storia italiana il sopracitato principio è stato parzialmente disatteso, o quanto meno messo in discussione.

L’ultimo, e più eclatante, episodio di polemica trova la sua origine nel già noto ddl Zan, ossia il disegno di legge che si propone di modificare alcuni articoli del Codice penale (artt. 604-bis e 604-ter) al fine di estendere il novero delle aggravanti, per i cd crimini d’odio, anche alle aggressioni omotransfobiche. Stavolta la frizione non ha avuto luogo nei banchi del Senato della Repubblica, dove il disegno è ancora bloccato in attesa di approvazione, bensì essa è nata a suon di carte bollate: il 17 giugno la Segreteria vaticana, Sezione per i Rapporti con gli Stati, invia una nota verbale all’Ambasciata italiana presso la Santa Sede con la quale esprime la sua preoccupazione circa l’approvazione del ddl n° 2005, in quanto la sua effettiva promulgazione metterebbe in serio pericolo le guarentigie assicurate alla Chiesa dal Concordato lateranense (e successive modificazioni). La Segreteria vaticana indica l’approvazione del disegno di legge Zancome vera e propria violazione pattizia, nello specifico dei commi, 1“La Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione. In particolare, è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica.” e 3 “È garantita ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” dell’articolo 2, auspicando “una diversa modulazione del testo normativo” che “possa tenere in debita considerazione le suddette argomentazioni”.

La risposta dello Stato e del Governo italiano non ha tardato: il Presidente del Consiglio Draghi ha chiarito che in nessun modo saranno tollerate pressioni ed ingerenze nel lavoro del Parlamento, che resta l’unico organo deputato a legiferare, e che, in ogni caso, esistono i giusti strumenti di garanzia, tanto preventivi quanto successivi, per assicurarsi che ogni atto normativo sia conforme agli impegni internazionali e soprattutto alla Costituzione.

L’episodio, venuto a conoscenza della stampa solo il 23 giugno, si presta a numerose interpretazioni e lascia dietro di sé irrisolti interrogativi.

In primo luogo, bisogna analizzare “in rito” la questione. Ebbene la Santa Sede, in qualità di soggetto di diritto internazionale e soprattutto di parte del Concordato (e successive modificazioni) con lo Stato italiano, lamenta di come l’approvazione del ddl Zan possa rappresentare una violazione- ipotetica- di quanto stabilito in sede pattizia. È chiaro come, affinché possa effettivamente realizzarsi un illecito internazionale, ossia una violazione di norme internazionali, l’evento, ritenuto illecito, debba effettivamente realizzarsi: solo a seguito del materiale danneggiamento uno Stato può adire tutela. Ecco che evidentemente la richiesta di modifica del testo normativo, a priori, della Santa Sede appare per lo meno inopportuna, anche, e soprattutto, considerato che in Italia non esiste alcun meccanismo di giustizia costituzionale preventiva e che la valutazione di opportunità e conformità costituzionale è affidato esclusivamente al Parlamento e alle sue Commissioni e, in fase di promulgazione, al Presidente della Repubblica.

Vi è anche da considerare il rango dei trattati internazionali e degli altri atti di natura pattizia nella gerarchia delle fonti nel nostro ordinamento: a seguito di due importanti pronunce della nostra Corte costituzionale, le cd “sentenze gemelle” n° 348 e 349 del 2007, si è ben compreso quanto i trattati internazionali siano sì in posizione privilegiata rispetto alla legge ordinaria, ma anch’essi siano soggetti di volta in volta ad uno scrutinio di legittimità costituzionale. In buona sostanza, in osservanza degli artt. 10 e 117 della Costituzione, così come interpretati nelle due sopracitate sentenze, il legislatore ordinario deve rispettare e considerare le norme internazionali, ma queste ultime, a loro volta, devono essere compatibili con la Carta costituzionale: esse in estrema sintesi occupano una posizione interposta, al di sopra delle leggi ordinarie ma al disotto delle norme costituzionali. Ciò detto, un qualsiasi obbligo internazionale, che trova la sua fonte in un trattato, deve pur essere “costituzionalmente accettabile”, e nel caso di specie, non sarebbe ipotizzabile un limite, ancorché preventivo, alla potestà legislativa del Parlamento.

Il secondo punto da sottolineare è di carattere esclusivamente giuridico-formale, ed attiene al merito della questione: il disegno di legge Zan, qualora divenisse legge, importerebbe esclusivamente l’introduzione di una serie di aggravanti, cioè circostanze esterne alla fattispecie base che “appesantiscono” il carico sanzionatorio già previsto per quella stessa fattispecie. Affinché le remore della Santa Sede fossero fondate, sarebbe necessario che gli atti di espressione della “piena indipendenza e libertà della Chiesa cattolica” implicassero, già precedentemente, dei reati, solo aggravati dal testo di Zan: un enorme controsenso, in quanto non si potrebbe in alcun modo chiedere tutela per degli atti costituenti reato. E dunque delle due l’una: o la Chiesa ammette che i suoi parroci e fedeli compiono effettivamente delle violazioni del Codice penale o allora ogni istanza allarmista è decisamente infondata, non essendoci alcun aliquid novi nel ddl Zan.

Esiste poi, all’articolo 4 del ddl, una apposita norma che tutela e mette al riparo da ogni ripercussione la “libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a de terminare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti.”

Dunque, esistendo già la fattispecie, che il ddl Zan andrebbe ad aggravare, come può quest’ultimo essere considerato una minaccia se, anche in sua assenza e dunque in caso di mancata approvazione, lo stesso comportamento sarebbe ugualmente punito come reato?

Cosa ha da temere il Vaticano se questo disegno di legge, che pure prevede esplicite tutele per la libertà di espressione, non fa altro che ampliare le “categorie protette”, già da circa trent’anni tutelate dalla Legge Mancino?

E soprattutto, perché tali rimostranze non hanno avuto luogo durante la discussione, e approvazione, presso la Camera dei deputati?

E ancora, perché il Governo italiano, che per voce del suo massimo esponente, il Presidente del Consiglio, ha già chiarito che non sarà accetta nessun tipo di ingerenza, non chiede la discussione in Aula? Perché non pone la questione di fiducia per sveltire l’approvazione di questo provvedimento, che ritiene un atto di civiltà?


Limiti e potenzialità del modello concordatario

In politica (e diritto) internazionale le definizioni sono importanti. E lo Stato Vaticano è indiscutibilmente uno stato, anzi forse il primo Stato formatosi nel contesto europeo. Per i più arrugginiti in storia delle istituzioni politiche, il c.d. Patrimonium Sancti Petri si costituisce già nell’Alto Medioevo grazie ad una serie di donazioni, come quella di Sutri, Liutprando, Costantino (poi scoperta falsa dal Valla in epoca rinascimentale), Ludovico il Pio, Ottone I, Enrico II e Matilde di Canossa. L’espansione del dominio pontificio si ha poi con figure come Innocenzo III ed Egidio Albornoz includendo territori come la Romagna, Perugia, Orvieto, Rieti, Città di Castello, la marca anconetana e Spoleto, oltre che