OMOFOBIA: RETAGGIO DI UNA SOCIETA’ SELVAGGIO-ARCAICA O INVOLUZIONE DELL’INTELLIGENZA MODERNA?

1965. New York, Stati Uniti d’America. George Weinberg, uno dei più importanti psicologi statunitensi degli anni ’60, si prepara a tenere una conferenza presso la “East Coast HomophileOrganization” quando improvvisamente viene colto da un ricordo poco piacevole: durante una festa, un gruppo di colleghi si accorse che George aveva invitato un’amica lesbica e gli chieseprontamente di cacciarla. Ma la cosa più sconvolgente non fu l’odio con il quale i colleghi si rivolsero nei confronti della ragazza, quanto la paura che fuoriusciva dai loro occhi, paura che presentava tutte le caratteristiche di una vera e propria fobia. Fu proprio in seguito a quell’episodio che Weinberg coniò la parola “omofobia”, ovvero “paura degli omosessuali”.

Sembra la trama di un film, ma sfortunatamente non è così. È semplicemente uno dei tantissimi episodi di discriminazione che ormai siamo abituati a leggere sui social o ad ascoltare per televisione.

Parlare di “omofobia” è sempre molto difficile, nonostante presenti un’attualità disarmante. È un tema molto ampio, e non basterebbero poche righe per raccontare tutta la sua storia. Ma leggendo il saggio di Pierre Clastres, antropologo ed etnologo francese del Novecento, intitolato “La società contro lo Stato” è possibile ragionare intorno alla nascita di tale fenomeno, facendo crollare tutti i falsi miti che, in alcuni casi, suonano anche come giustificazioni di un qualcosa che non può più essere giustificato, ma debellato per sempre.

Quando nasce infatti l’omofobia? O meglio, in che contesto sociale ci crea la sua forma embrionale? In tutto il mondo si parla di un retaggio che deriva dal passato, formatosi probabilmente in società culturalmente sottosviluppate e tecnologicamente arcaiche, incapaci dunque di integrare nelle loro comunità uomini e donne attratti dal loro stesso sesso perché ritenuti “contro natura”. Società selvagge quindi incentrate esclusivamente sulla caccia, sulla guerra e sulla sopravvivenza.

E se non fosse così? Se fosse una giustificazione che le società moderne e contemporanee hanno adottato per cercare di risolvere questo problema, che nascerebbe invece proprio da un’involuzione di quest’ultime? Clastres la pensa esattamente in questo modo quando parla di “pregiudizio etnocentrico occidentale”, processo che ha sin da sempre collocato il mondo occidentale in una posizione di maggior rilievo rispetto alle società amerindiane senza però nessun valido motivo. Alla luce di tutto questo, l’omofobia è il semplice retaggio di una società selvaggio-arcaica, come pensano i moderni, o invece l’involuzione dell’intelligenza moderna, come spiega rigorosamente l’antropologo francese?

Analizzando il capitolo quinto del saggio sopracitato, intitolato “L’arco e il canestro”, la risposta appare chiara. Come illustraClastres, che prende in esame la tribù amerindiana dei Guayaki’ perché oggetto diretto della sua attività di ricerca e approfondimento su questa tipologia di società primitiva, le comunità amerindiane sono sicuramente dal punto di vista tecnologico meno sviluppate rispetto all’Occidente, ma non lo sono culturalmente. Presentano invece un’innata predisposizione all’integrazione e alla libertà di espressione (che, aggiungo, non sempre si ritrovano nelle società attuali). E a proposito di questo, l’antropologo focalizza la sua attenzione su due soggetti che abitano in quella tribù: Chachubutawachugi e Krembegi (che per semplificazione saranno Mr. C e Mr. K), il primo “panè”, il secondo “kyrypy-meno”.

Mr. C è un “panè”, che nella cultura amerindiana indica lo“sfortunato in caccia”. Tale status, palesemente negativo, si ottiene quando una donna tocca (o addirittura sfiora) l’arco del marito, che egli usa appunto per cacciare. Quest’azione, per quanto possa essere innocua, attirerebbe sull’uomo una maledizione così potente da renderlo incapace di assolvere la propria funzione di cacciatore, e dunque diventerebbe metaforicamente una donna. Mr. K invece è un “kyrypy-meno”, ovvero un uomo che non è metaforicamente una donna, ma lo è a tutti gli effetti: vive con le donne, porta i capelli lunghi, non caccia e si dedica alla gestione della casa.

Due realtà a confronto: da un lato un non-uomo diventato tale non per sua volontà, ma a causa del destino beffardo, dall’altro un non-uomo consapevole e soprattutto felice del suo essere “donna”. Anche in questo caso sembrerebbe di trovarsi difronte alla trama di un film, o di un documentario sugli indigeni, ma il messaggio che Clastres vuole offrirci è sicuramente molto più profondo.

Da un lato sì, un non-uomo diventato tale non per sua volontà, e dall’altro un non-uomo diventato tale per suo totale desiderio, ma sarebbe più corretto dire: da un lato un NON-UOMO eternamente INFELICE e NERVOSO, dall’altro un NON-UOMO invece FELICE e TRANQUILLO. E perché questo? Perché il secondo, pur essendo omosessuale, è accettato dalla comunità, ed è questo l’elemento che fa crollare tutti i dogmi e i falsi miti. La mancata accettazione del suo status di non-uomo, rende Mr. C un elemento di disordine per la tribù, poiché né appartiene alla cerchia di uomini e né vuole appartenere a quella delle donne. Un non-uomo collocato in un non-luogo, come direbbe un altro antropologo francese, Marc Augé, e per questo accantonato dalla società. Mr. K invece ama il suo status, ama partecipare della cerchia delle donne, rientra nell’ordine della sua comunità ed è a sua volta amato da tutti. È collocato in un luogo quindi, “la sua omosessualità è diventata ufficiale, cioè socialmente riconosciuta” afferma l’antropologo.

Uomini negativamente identici, poiché entrambi “donne”, e positivamente diversi, perché la felicità sta nell’accettarsi, nel non mentire a sé stessi, nell’apparire naturalmente e non artificialmente senza nascondere la propria essenza. Perché è proprio nascondendo la sua natura che Mr. C non è stato accettato dalla sua comunità ed è diventato oggetto di scherno, rimanendo in un limbo esistenziale degno del migliore Dante.

Ecco allora che le tessere del mosaico ci restituiscono finalmente un’immagine e una risposta definitiva alla domanda: l’omofobia non è un retaggio, e definirla tale è una mera giustificazione di un sistema incapace di sconfiggere un cancro che, a mio avviso, si potrebbe facilmente debellare. È un male che si è radicato e sviluppato nel nostro mondo e che la società cerca di nascondere con tutte le sue forze. Nasce a causa dell’involuzione dell’intelligenza moderna, nasce in un mondo in cui la normalità non è più normale e in cui la libertà di espressione è sempre più minata da aggressori dall’ignoranza spietata. Ed è proprio con la parola ignoranza che vorrei concludere la mia riflessione, citando chi ha brillantemente scritto la seguente frase, ovvero Rinaldo Sidoli, sperando che nel minor tempo possibile nessuno debba più scrivere questi articoli di sensibilizzazione e che tutto resti solo un brutto incubo:

“Non lasciarti mai ingannare dall'ignoranza di chi è omofobo. L'omofobia non è un'opinione: è violenza e discriminazione.”

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