Produci, consuma e crepa!

Eccomi nuovamente a dibattere di questioni giovanili, poichè provando a farvi interrogare su di esse, posso implicitamente parlare di me stesso oltrechè, essendomi preso l’ardire di trattare di saggistica, sento la “voglia” di provare a profetizzare condizioni e situazioni della bella, amata e discussa gioventù, ed una sorta di impegno verso chi vorrebbe parlare ma non “può”.

Nel mondo del consumo è complesso identificare una via da percorrere quando si è giovani. Il bivio più difficile da imboccare è quello tra studio e lavoro. Una duplice possibilità che ora, fortunatamente, consente una scelta spregiudicata ma che in passato era dettata dalle condizioni sociali, dalle possibilità economiche e dalle aspettative del nucleo familiare. Sorge a mio avviso, però, un ulteriore problema, non per il semplice piacere di cercare alibi, lamentarsi o non aver voglia di fare sacrifici, ma perché è chiaramente una situazione annichilente che la società ti impone.

A 20 anni si inizia il percorso universitario.

C’è chi sceglie l’università per “sfondare” nella vita, per poter diventare qualcuno, perché crede che cinque anni di vita siano un buon investimento per arrivare ad uno stipendio “da sogno”, convinto che la vita sia una continua scalata sociale, a chi arriva più in alto, a chi riesce ad essere maggiormente retribuito, per poi fare lo storytelling della propria carriera come di chi ha prodotto successo.

Ho sempre pensato, però, che i conti, quanto arriva il momento di farli, nella propria vita, non si facciano solo col conto bancario, anch’esso verrà estinto una volta arrivati al capolinea, quando si tutto torna a colui che “tutto ci ha dato”, a patto che esista.

I conti più difficili da fare saranno quelli con l’anima, quanto abbiamo dato e quanto abbiamo ricevuto, cosa ci ha arricchito emotivamente, ciò che dentro ci ha resi piccoli fra i più piccoli, miseri fra i più miseri. Ci sarà da rispondere alla domanda: “Nella vita ho fatto ciò che volevo davvero?” Perché ho visto vite standardizzate, costruite su modelli anziché su ideali, vite segnate dal rampantismo dell’accumulare per poi scoprirsi vuote.

Produrre costantemente, gettarsi nei meccanismi economici che la società impone, consumare, il più possibile in maniera ossessivo/compulsivo, per poi “crepare”. Crepare come è crepato ugualmente il senzatetto della città più ricca. Con la differenza che forse vi era qualcuno che aspettava nient’altro che la tua morte perché più del denaro, non si è seminato nient’altro.

Poi c’è chi l’università la sceglie per capire le cose come vanno. Perché ha sete di sapere, per migliorarsi culturalmente o anche solo per esperienza di vita. L’università non è più uno stile di vita, ma un arricchimento di essa. Studiare lentamente perché la necessità più imminente è quella di conoscere, non per gli altri, ma per sé stessi. Perché poi ciò che conta è la propria coscienza, non la reputazione. La reputazione riguarda noi agli occhi degli altri, la coscienza ha a che fare con noi stessi.

Avevo pensato di fare un’università di questo tipo. Un’ università che mi formasse anche dal punto di vista personale. Perché non vi è più alto tipo di conoscenza che l’esperienza.

Avevo pensato di fare questo. Ma ho scoperto che nel piccolo paese capitalista, ti si presenta costantemente la necessità di un’autonomia economica. Nel mio essere, forse fallace, viaggiatore d’animo ostinato e contrario, non sono riuscito a non farmi carico di questo fardello. Secondo il mio punto di vista, è molto semplice comprendere le scelte più frequenti che i giovani compiono. Scegliere di andare a lavorare. Perché il denaro viene prima di tutto, prima di tutto devi guadagnare, prima di tutto devi produrre e consumare. La favola del “lavoro che mi piace” è una favola ormai antiquata, una favola che oggi non riesco ad immaginare neanche come realistica. E’ stato dato un prezzo a tutto, forse anche alla vita. Per pagare questi prezzi, oggi c’è chi sceglie di lavorare con un salario “da fame”, con condizioni lavorative ai limiti della decenza e condizioni che definirle “indegne” è un eufemismo. Ma, ahinoi, conta avere in tasca il minimo per vivere.

Ora capisco qualcosa in più. Capisco come non è facile sognare e “chapeau” a chi riesce a farlo e bene.

Perché forse ci stanno limitando anche la capacità di sognare. E questo lo vedono i miei occhi, anche solo guardandomi intorno. Lo vedo in chi si accontenta. Lo vedo in chi: “a me va bene così”.

A 20 anni hai bisogno di tanto coraggio per delineare la tua vita, con la consapevolezza che mai nessuno riuscirà a comprenderla, poco male, sarà solo a se stessi che si dovrà il compimento o l’inconcludenza della propria vita. Per evitare di soccombere a questo nichilismo, su cui è necessario riflettere, in quanto inevitabile, l’unica cosa da fare è VIVERE! Perché non dovrai mai vivere per nessuno se non per te stesso. Dunque, giovani interlocutori, amiamo con passione, sbagliamo con convinzione, senza guardare con ansia al futuro, perché l’avvenire dovrà essere ciò che noi vogliamo per la nostra vita. E se non il nostro animo, mai nessun precettore devierà il nostro cammino. Perché qualsiasi strada ci sarà da scegliere sarà quella che noi, e solo noi, sceglieremo. Hasta Siempre.

209 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti

C’è una sottocutanea tendenza nella filosofia deleuziana. Non mi riferisco al paradosso o alla controintuizione. Deleuze fa filosofia in intermittenze, in segmenti, in eventi temporali differenti dell

Nei fumetti quando qualcosa cade, viene accompagnato da una scritta: FLOP. Questa accezione del termine insieme a quella di insuccesso artistico e commerciale, si intrecciano e diventano il filo condu

Che il 1900 sia stato un secolo particolarmente turbolento e rivoluzionario in tutti i suoi avvenimenti è qualcosa su cui è difficile non essere d’accordo. Che poi la prima e la seconda guerra mondial