Spettri, 3 – Aguirre, furore di Dio

Aguirre, furore di Dio (1)

Werner Herzog, 1972 (1h30)


Dopo la conquista e il saccheggio dell’impero Inca ad opera degli spagnoli, gli indiani, nella loro angoscia, inventarono la favola della terra dell’oro, El Dorado, che dovrebbe trovarsi nelle paludi inaccessibili del Rio delle Amazzoni” (dai titoli di testa del film)

La mattina ho letto la messa, e poi siamo discesi attraverso le nuvole.

Una carovana di principesse, soldati spagnoli, alpaca, contadini e schiavi discende nella foschia diretta verso il Rio delle Amazzoni. La macchina da presa li segue, la processione si svolge nel più rituale silenzio, come in un documentario o un cerimoniale. L’atmosfera è rarefatta e aliena, la colonna sonora dei Popol Vuh (alla prima delle loro felici collaborazioni col regista) descrive un paesaggio inviolato.

Aguirre andrebbe visto anche solo per la folle storia dietro la sua produzione, il casino immenso che Herzog seppe montare solo per girarlo con un budget ridicolo. L’audace (se non sadico) astro nascente della Junger Deutscher Film si ritrova alla sua quarta regia di un lungometraggio, e decide di adottare come ambientazione la giungla amazzonica (lasciatosi alle spalle l’Africa dei film precedenti). La follia di Herzog si scontra con quella ancora più grande di Klaus Kinski, tra minacce di morte, violenza, tribù indigene e una quantità spropositata di scimmie.

Aguirre è soprattutto la storia di un’ossessione autodistruttiva (che ha dei curiosi paralleli con quella della sua stessa realizzazione). Gli spagnoli giunti in America si trovano ad essere dei del Nuovo mondo, un giardino dell’Eden in cui gli uomini e la natura paiono ancora indistinti. I selvaggi antropofagi sono nascosti e pericolosi, ma per i conquistadores la più grande minaccia sono loro stessi. Lope de Aguirre è un uomo tanto lucido da vedere la morte che è la fine della spedizione, ma forse tanto folle da desiderarla furiosamente.

… i primi uomini che arrivarono in America credettero di avere trovato per caso il paradiso terrestre, un secondo Giardino dell’Eden. Nel resoconto del suo terzo viaggio, per esempio, Colombo scriveva: ‘Poiché io credo che laggiù si trovi il Paradiso terrestre, ove nessuno può entrare senza il permesso di Dio’. Quanto ai popoli di quella terra, già nel 1505 Peter Martyr avrebbe scritto: ‘Sembrano dimorare in quel mondo dorato di cui tanto discorrono gli antichi, ove gli uomini vivevano nella semplicità e nell’innocenza, senz’obbligo di legge, senza liti, magistrati o libelli, contenti solo di compiacere alla natura’. Oppure, come avrebbe scritto più di un secolo dopo l’onnipresente Montaigne: ‘A mio giudizio, ciò che vediamo realizzato in codeste nazioni non solo supera ogni figurazione dell’Età dell’Oro che i poeti abbiano composto, come tutte le loro invenzioni tese a rappresentare la condizione allor felice del genere umano, ma il concetto e il desiderio della filosofia medesima” (Paul Auster, Città di vetro)

Il contenuto del film sono la sua forma e il suo ritmo, che è quello delle pagaiate lente nel fiume limaccioso, dell’avanzare impacciato di uomini sudati in armatura in una terra che è loro estranea. Tutti sembrano ammutoliti, incapaci di reagire, trascinati da una corrente irresistibile e dall’ossessione per l’oro. Si abbrutiscono, diventano sempre più squallidi e disumani.

Il film conduce un’implicita e disillusa riflessione sul reale valore dell’arrivo degli europei nel Nuovo Mondo, l’effetto distruttivo che ebbe sugli indigeni.

Non sono più che un piccolo numero, e si chiedono se non stiano vivendo la morte degli dei, la loro propria morte. Siamo gli Ultimi Uomini. E tuttavia non abdicano, superano tosto lo scoramento i karai, i profeti. Da dove attingono la forza di non rinunciare? Sono ciechi, insensati? […] preoccupati soltanto di allontanare un male che non hanno voluto, gli Indiani si rallegrano senza allegrezza nell’udire ancora una volta la voce del dio […]” (Pierre Clastres, La società contro lo Stato)

Sono convinto che i bianchi provengano da un altro pianeta. Perché quando siamo arrivati in America era così bella. C’erano solo gli indiani… Che non erano neanche indiani! Li abbiamo chiamati così per sbaglio, e continuiamo a chiamarli così! Abbiamo capito dopo tipo un mese che non erano indiani, ma non ce ne frega un cazzo. […] Abbiamo rovinato tutto qui, era stupendo, da costa a costa solo verde e marrone, bellissimo […] Mangiavano da terra, dormivano sull’erba, si svegliavano e scopavano e poi andavano a nuotare e si mettevano a ballare. L’intero continente, con solo persone che facevano questo!” (Louis C.K., Live at the Beacon Theater)

È la caduta degli dei (forse un’eco, filmicamente rielaborata, del topos germanico della Götterdämmerung). Col procedere delle zattere spagnole attraverso il fiume, la realtà diventa qualcosa di sempre più vago. La spedizione è percorsa da sospetti, paranoie, tensioni e rivalità. Diviene un sogno febbricitante, una malattia tropicale. La riflessione esistenziale di Herzog, nel rappresentare questa sempre più accentuata e morbosa inerzia, non manca in alcuni punti di un umorismo macabro.

Il Nuovo Mondo è una lente che rivela tutto ciò che dell’uomo non appartiene alla terra. Quanto esso sia spaesato, confuso, disorientato (2). Gli spagnoli di Herzog sono colti in quest’irrisolvibile scissione dalla natura, da romanticismo tedesco (3). La cultura si decompone: ne restano solo superstizione, furore, odio per il mondo, desiderio di potere e di morte. Ridottosi tutto all’osso, rimane un desiderio, una volontà immane, demoniaca: quella di Aguirre. Mentre tutti sono statici, appena un poco illuminati dalla lusinga dell’oro o del comando, l’ambizione di Aguirre trascende tutto questo: egli è preda di una Sehnsucht beffardamente messa in mostra come la sua parodia. La tecnica documentaristica spoglia l’eroe romantico di ogni grandezza e turgore, mostrandolo solo miserabile, crudele. Qui il contrasto: un documentario vigile e razionale per raccontare la discesa di un uomo fino all’annichilimento. Il risultato di quest’accuratezza spietata è l’anticlimax, un ritratto dal vero della violenza che si cela dietro quell’ambizione di conquista.

Solo Kinski poteva interpretare un tale personaggio. I suoi occhi sporgenti bucano lo schermo: costantemente il suo Aguirre pare consapevole di essere guardato. Ciò lo pone ad un livello superiore di consapevolezza, lo situa nel distacco dalla torma quasi informe degli altri personaggi. La sua mimica, anche nell’apparente calma, è teatrale ed eccessiva, percorsa una sotterranea rabbia (che Herzog sapeva abilmente provocare nel pessimo carattere di Kinski). Quando parla si rivolge alla camera, oppure, nel suo imperioso silenzio, sta in posa.

Sono io il più grande traditore! Non ce ne sarà mai uno più grande di me! Chi solo oserà pensare alla fuga sarà squartato in centonovantotto pezzi. Se io, Aguirre, voglio che gli uccelli cadano fulminati, gli uccelli devono cadere stecchiti dagli alberi. Sono il furore di Dio. La terra che io calpesto mi vede e trema

Una sfida personale contro Dio e tutto il creato. Sconfitto in partenza, come un eroe tragico, al di là della sua crudeltà Aguirre pare vedere che tutto questo avviene per niente.

Note

(1) Incidentalmente, il modo in cui chiamo mia madre

(2) Louis C.K., Live at the Beacon Theater: “Ma penso che veniamo da un altro pianeta, e il motivo è che qui non ci piace. Perché, se siamo di qui, se apparteniamo alla terra, perché non siamo per niente a nostro agio sulla Terra? Abbiamo bisogno di superfici belle lisce e angoli retti. Abbiamo bisogno che sia fresco e non troppo caldo […] Perché quando fa caldo non diciamo “Sì cazzo!”? Perché siamo così se questa è casa nostra?

(3) cfr. F. Schiller, Sulla poesia ingenua e sentimentale


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