Spettri #5, Piccole Donne

Greta Gerwig, 2019 (2h14)

Greta Gerwig, reduce dal successo dell’ottimo Ladybird ed al secondo capitolo del suo fortunato sodalizio artistico con SaoirseRonan, accorpa i romanzi Piccole donne e Piccole donne cresconodi Louisa May Alcott in un bell’esempio di cinema hollywoodiano fatto ad arte.

Nell’America della Guerra di secessione, quattro sorelle, Jo, Meg, Beth e Amy March vivono sole con la madre e si trovano a dover convivere con le estreme ristrettezze economiche, i loro caratteri esuberanti e conflittuali, le difficoltà dei primi amori. Ma ciò che fin dall’inizio colpisce di Piccole donne è il modo è catturato il tono brillante dei ricordi. Un gusto decorativo nell’abbinamento di colori in palette sempre naturali, ma calibrate. Piccole donne è un film splendido alla vista, che sfoggia un cromatismo alla WesAnderson, ma meno eccentrico ed appariscente. Con lo sviluppo della storia e la giustapposizione snervante dell’infanzia con una cupa età adulta, Piccole donne si mostra come un film sullanostalgia. Il passato è una fantasia a colori pastello, il presente è spento: le due epoche sono presentate che procedono in direzione opposta (talora anche letteralmente, con alcune inquadrature che tagliano da un tempo all’altro, contrapponendoli), fino al momento opprimente in cui il mito dell’infanzia ha termine, e la temporalità si manifesta in tutta la sua incombenza. Man mano che passato e futuro arrivano a congiungersi, Piccole donne vive di sbalzi d’umore (e nel tempo) sempre più repentini, di violenti contrasti di tono a mostrare mancanza, perdita, nostalgia. Cosa è successo? Perché siamo finiti qui? Quali sono i fatti che hanno cambiato tutto? Queste domande arrivano a trovare risposta in un mondo in cui non c’è il male, ma solo lo scontro tra passione e casualità. La scoperta improvvisa di non essere abbastanza da arginare il destino. Perché pare non servire a nulla sperare per il bene? Ecco che tutto pare volgersi al suo contrario: Jo vuole diventare una scrittrice, ma deve rinunciarvi; il sogno d’amore di Laurie finisce per infrangersi contro la realtà; Meg è costretta a scegliere tra una vita nell’agio e l’amore. Eppure un’ultima, imprevedibile svolta conduce al lieto fine. Quasi una concessione allo schema del blockbuster (e ciò è oggetto di divertita messa in mostra). Il finale non solo funziona: è vitale, porta quello stesso marchio di tragica imprevedibilità e fragilità delle circostanze che aveva animato il resto della storia. Proprio in questa fragilità estrema, neanche a dirlo, sta la vita delle protagoniste (o la vita tutta, se ci si concede questo banale quanto conveniente passaggio dal particolare all’universale).

C’è un problema tutto romantico di rapporto tra ideale e reale, di ostinazione nel non piegarsi al compromesso, per vedere il sogno trasformarsi in una parodia. Un problema della purezza da conservare intatta in qualsiasi circostanza, eppure adattandosi. La crescita di ciascun personaggio è lo sforzo titanico che ciascuno conduce privatamente per adattare la propria verità al mondo senza tradirla, ed in questo trovare la propria realizzazione.

Il cast stellare (Emma Watson, Meryl Streep, Chalamet, Laura Dern e, hey!, Bob Odenkirk) riesce in qualche modo a funzionare senza lasciare con quel certo effetto-album di figurine in cui pare che volti famosi si accumulino in ruoli sterili solo perché i suddetti possano coagulare un certo pubblico e magari comprarsi una casa al mare.

Piccole donne, così come Ladybird, seppure in misura diversa, ci parla di una certa qualità del cinema di cogliere storie particolari e diversificate e rappresentarle mostrando in ciascuna un sentimento del tempo che le rende universali. Ci parla di una certa funzione che era un tempo assolta dal Bildungsroman (come lo stesso Piccole donne di Alcott) e che oggi è stata felicemente sussunta dal cinema, con la potenza di raggiungere un pubblico ancora maggiore. Entrambi i film di Gerwig descrivono la storia della crescita delle loro protagoniste, che finiscono per trovarsi in un luogo ed una condizione estremamente diversa da quella che avevano previsto, eppure in qualche modo è un luogo coerente, fedele alla loro storia.

Possiamo immaginare, forse con eccesso di zelo, l’intento di rivitalizzare un vecchio classico per mostrarne ancora la rilevanza e consegnarlo in questa veste alle generazioni future. E questo viene fatto con intelligenza, attenzione verso l’originale, passione. Nota a margine, considerando il sottotesto patriottico che hanno in comune, si potrebbe ipotizzare un analogo italiano con un immaginario adattamento per il grande schermo del libro Cuore di Edmondo De Amicis, se quest’ultimo non fosse una lagna retorica. Piccole donne impiega con intelligenza i registri e le sviolinate del grande cinema scaldacuore americano®, ma facendone un’acuta meta-narrazione, ciò che gli permette nonostante tutto di conservare una propria personalità. Possiamo forse individuare una tendenza nel cinema americano a reinterpretare il classico in modo meta-narrativo, che è evidente anche nel coevo Knives out di Rian Johnson.

“La stessa dicotomia tra ordine e disordine, tra opera di consumo e opera di provocazione, pur non perdendo di validità, andrà riesaminata forse in un’altra prospettiva: cioè, credo che sarà possibile trovare elementi di rottura e contestazione in opere che apparentemente si prestano ad un facile consumo … La risposta postmoderna al moderno consiste nel riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto, perché la sua distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente. … Ironia, gioco metalinguistico, enunciazione al quadrato. Per cui se, col moderno, chi non capisce il gioco non può che rifiutarlo, col post-moderno è anche possibile non capire il gioco e prendere le cose sul serio” (1)

Smussando gli aspetti più provocatori della voce di Eco, che abbiamo preso a prestito, occorre riconoscere che il film di Gerwig non sia una macchina dell’ironia o un collage citazionistico che si bea di triturare e riproporre il passato per il gusto di farlo. L’obiettivo è riprendere la struttura del passato per scoprirvi la possibilità di essere riadattata, evidenziandone gli aspetti più rilevanti nel presente. Così Piccole donne inscena nel dramma hollywoodiano la ginecocrazia e un approccio non banale ai sentimenti, e Knives out impiega il cliché del giallo a camera chiusa per rielaborarlo in modo straniato ed ironico, come in un’enorme partita a Cluedo, ma impiegandolo per parlare di razzismo e conflitto di classe.

“Il mio scrittore ideale post-moderno non imita e non ripudia né i suoi genitori novecenteschi né i suoi nonni ottocenteschi. Ha digerito il modernismo, ma non lo porta sulle spalle come un peso … Il romanzo post-moderno ideale dovrebbe superare le diatribe tra realismo e irrealismo, formalismo e ‘contenutismo’, letteratura pura e letteratura dell’impegno, narrativa d’élite e narrativa di massa… L’analogia che preferisco è piuttosto con il buon jazz o la musica classica…” (2)

I film di Gerwig ci dicono forse anche di un nuovo connubio tra cinema d’autore e successo commerciale, che sembra in quest’epoca risorgere dopo un lungo divorzio (quanto Scorsese lamentava sul successo sproporzionato dei blockbuster). Che quando (quando?) si potrà tornare al cinema ci troveremo in una rinascita, sotto l’egida del successo di Parasite?

Note

(1) Umberto Eco, Postille al Nome della Rosa

(2) John Barth, La letteratura dell’esaurimento

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