Tra l’ignoranza e il conoscere

Abitiamo un mondo nuovo. “Nuovo”, per noi che lo abitiamo, ha diverse accezioni positive: è un termine che ricolleghiamo alpoderoso sviluppo tecnologico, alla tolleranza umanitaria, all’apertura di un nuovo sguardo sul mondo che combatte contro il bigottismo in nome di una “trasvalutazione dei valori”, di una “guerra ai pregiudizi infondati”; ma soprattutto, è moderna la diffusione in larga scala di quel che comunemente chiamiamo “cultura”. Dal momento in cui l’Occidente ha riconosciuto l’importanza del sapere - per motivi sia etici sia eminentemente pratici - e ha militato perché soffondesse tra le periferie statali e le aree del globo meno alfabetizzate, la conoscenza è divenuta un oggetto essenziale del bagaglio esistentivo con cui, vivendo,viaggia ogni essere umano, e che a quest’ultimo appartiene di diritto. Nessuno, tra noi, avrebbe da ridire: il sapere è un valore, e tutti devono goderne. Eppure, quando dipingiamo il mondo dell’indagine umana come questa “pratea” distesa ove brulicano sprazzi di sole, alberelli e fiorellini, ne dimentichiamo anche le insidie, celate nelle zone d’ombra fredde e deserte che, nonostante siano a pochi passi da quel verde, l’occhio esageratamente ottimista non vede – o non vuole vedere. Luce ed ombra non sono metafore casuali. In greco antico il vocabolo φως, “luce”, è etimo di una delle più antiche parole del nostro pensiero: φύσις, spesso tradotto con “natura”, letteralmentesignificante “le cose che sono alla luce”, che dunque si mostrano, che dunque tu essere umano vedi. Τὸ εἱδέναι, il “sapere”, si rende con il passato prossimo sostantivato del verbo vedere, “ciò che è stato visto”: per quell’Aristotele che tale termine adopera, la φύσις è il luogo della verità, la quale soggiace alla manifestatività degli enti che ci circondano e che tuttavia è ἀλήθεια, cioè “non-nascosta”, manifesta anch’essa e dunque afferrabile. Gironzoliamo tra le steppe del conoscibile e ci gioiamo di tutta questa luce. Eppure, il calore del manifesto implica il gelo dell’invisibile, di ciò che sfugge, senza il quale esso non sarebbe percepibile né tantomeno lodevole: lo dimostra lo stesso termine greco della verità, che ha bisogno del buio di quel verbo “nascondersi”, λανθάνω , per dirsi con una negazione come evidente (far attenzione alle parole è importante, in quanto plasmano e modellano il nostro pensare ancor prima di dire quel che pensiamo). Abbacinati da questa “spensieratezza del chiaro”, dimentichiamodi guardarci i piedi, e notare che sprofondano nel fango della zona d’ombra. Quella dell’ignoranza. Non ci facciamo caso, di solito, ma quanto apprendiamo non solo percepiamo la differenza che intercorre fra il prima e il dopo, fra l’essere incolti ed essere colti, bensì proiettiamo tale sensazione anche nel futuro: nasce in noi l’ipotesi che allora vi sia altro ancora da sapere e che ora ignoriamo, il dubbio che forse quel che deteniamo ora non è abbastanza, e che ci spinge ad accrescere ilnostro sapere ma, non volenti, anche quello che ancora non è stato acquisito, la nostra sensazione di ignoranza. Lo sapeva già John A. Wheeler1, e meglio lo scrive Roberto Marchesini: «Come dire: prima nasce la cultura, poi la percezione di una carenza […]: non è vero che l’uomo si rende completo attraverso la cultura, bensì è molto più plausibile ritenere che l’uomo si percepisca incompleto a seguito della cultura»2. In sintesi, più conosci, più senti diignorare. È un circolo vizioso, un labirinto dedalico a cui s’aggiunge anche la dannazione umana della finitezza: per quanto tu voglia recuperare quel che non sai, devi fare i conti dell’infinità di approfondimenti, letture, riflessioni che ti costringono a scegliere una sola via d’indagine, escludendone altre; e questo perché non hai il tempo materiale di arrivare al capolinea di quella che hai scelto, figuriamoci di esplorarle tutte. Per il Socrate del “so di non sapere”3, almeno, la consapevolezzadell’ignoranza era il punto di partenza di un percorso di cui si immaginava una fine ultima e univoca: la piena contemplazione della verità. Ora quel cammino si costella di tappe intermedie, e quel pellegrino non ha la più pallida idea di dove sia la meta. E probabilmente, non c’è. Non voglio chiedermi il perché l’uomo si nasconda in una fintaspensieratezza di totale conoscibilità. Se proprio dovessi provare a rispondere, mi rifarei a quella paura primordiale e tutta umana del “vero vero” che ben ipotizzava Nietzsche4 – oltre al fatto per cui, di certo, il modo più semplice per convincerci a continuare a conoscere, scoprire, studiare, è raccontandoci una bugia. Perché, infatti è una volta consapevoli di ciò che si pone la domanda più difficile: ha senso entrare nel labirinto del paradosso del colto, che regala così tanti affanni? Perché non preferire lo status di ignorante, che nemmeno sa di esserlo, e dorme beato nel regno di quel giovane Edipo, ancora fiero di aver sparso il sangue del padre sovrano, ancora sposato con la madre? Non sorprenderà, se al primo quesito rispondo sì, ha senso. E per ben due motivi. Il primo è di natura fattiva, ovvero che in un certo senso siamo obbligati ad apprendere: il pensiero è discriminazione e unificazione, cioè atto di imparare a riconoscere l’uno rispetto all’altro e i due insieme, e guidiamo con esso la nostra intera esistenza; inoltre, è fonte di quell’inevitabile θαυμάζεινaristotelico, lo stupirsi provato in diversa misura da ogni uomo ogni qual volta s’accorge delle cose, che non solo spinge a voler sapere, ma al suo esaurirsi dona un sentimento di piacere a cui è impossibile sottrarsi. Il secondo motivo, invece, lo rivelerei nel fatto che, in realtà, una meta fissa all’umano percorso d’indagine riflessiva non è auspicabile. Convincerci della raggiungibilità di un punto alla fine della frase ci sprona a continuare a scriverla, sì, ma l’infinito periodare della riflessione umana vuole da sé stesso continuare ad aprire parentesi, apporre virgole, due punti, punti interrogativi, e questo perché la morte del dubbio, e dunque della riflessione, conclude qualsiasi dibattito e non permette di aggiungere nient’altro: non vi sarebbe più da parlare. Ma la parola, il pensiero, il dubbio sono ciò che umanamente ci compete, che riempie la nostra esistenza in quanto non esseri viventi, ma uomini. Se per noi riflettere modifica la nostra percezione di enti e accadimenti, condizionando la nostra esistenza, porne una fine significa cancellare ciò che da sapore al nostro umano vivere – un vivere determinato, il cui termine ci intimorisce a tal punto da intraprendere quel vagabondaggio alla ricerca del senso e che proprio in quanto vagabondare c’intrattiene, tra l’istante e gli altri tali che scandisce, ineluttabile, l’ennesimo ticchettio di un orologio. Dietro il nostro desiderio di raggiungere la verità, si nasconde il più verace di non afferrarla mai, di rimanere sempre un po’ tristi nell’allegria degli “eureka”. Quella melancholia, la bile nera, alla fin fine ci è utile a donare colore alle guance rosee della vita: ci consegna la felicità di continuare ad avere uno scopo, e di impegnare per esso il tempo a nostra disposizione che, se non fosse stato limitato, non avremmo mai sfruttato così - forse non lo avremmo proprio sfruttato, poiché è facile immaginare che alla vita eterna si affianchi l’eterna immobilità; e il movimento è intrinseco alla ricerca, nel suo significato proprio quanto in quel lato “passionale” che la mobilita fin dalle sue origini. Ringraziamo allora la finitezza, la tristezza e l’ignoranza, per godere del sogno d’infinito, del valore della serenità, e della fervida, florida, gravida sfera della conoscenza. Con tutti loro, attendiamo divertiti il nostro ultimo secondo da esseri umani.

1- Fisico statunitense, teorico della geometro-dinamica e pioniere dello studio intorno la gravità quantistica. Scriveva nel 1992, su Scientific American (Vol. 267): «We live on an island surrounded by a sea of ignorance. As our island of knowledge grows, so does the shore of our ignorance».

2 – Roberto Marchesini, Post-Human. Verso nuovi modelli di esistenza, Bollati Boringhieri, Torino 2002.

3 – Platone, Apologia di Socrate (traduzione a cura di M.Valgimigli, in Opere): «Ecco perché ancora oggi io vo d'intorno investigando e ricercando...se ci sia alcuno...che io possa ritenere sapiente; e poiché sembrami che non ci sia nessuno, io vengo così in aiuto al dio dimostrando che sapiente non esiste nessuno». 4 – F. Nietzsche, Frammenti postumi, 1885-87 - Vol. VIII, tomo 1: «Noi che ci rifugiamo nella felicità […] La nostra giocondità – non è la fuga da qualche insanabile certezza? Sembra che noi sappiamo di essere troppo fragili, forse già infranti e insanabili; sembra che temiamo, da questa mano della vita, che ci debba infrangere, e ci rifugiamo nella parvenza della vita, nella sua falsità, nella sua superficie e nel suo variopinto inganno; sembra che siamo giocondi perché siamo immensamente tristi. Noi siamo seri, conosciamo l’abisso, e per questo ci difendiamo da ogni serietà».

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