Triangoli solubili

Avere diciassette anni non è facile, ancor più nel 2021. Questa particolare fase storica, segnata dal confinamento nel proprio spazio privato, contribuisce a rendere i momenti di riflessione sempre più sterili, dal momento in cui vengono a mancare occasioni prolifiche di dialogo e riferimenti concreti al mondo che ci circonda. Passa il tempo e una delle poche costanti è la rabbia, forse accompagnata dalla rassegnazione, nei confronti di un sistema che ci vuole perennemente operativi e impegnati nel merciferare, nel negozio ("nec otium", negazione dell'ozio: non possiamo neanche permetterci di essere tranquille amebe). L'immagine del subalterno che sconta i suoi giorni mentre gli risuona nella testa il PRODUCI CONSUMA CREPA(1), mantra asfissiante, in attesa di una ricompensa celeste.


Oltre a questo, lo spaesamento. Trovarsi in mezzo al mare senza terre al largo, un oceano nichilista che non offre appigli. Perché ci siamo persi in queste acque? Quali correnti ci hanno portato a naufragare? La causa potrebbe essere la rottura di un triangolo. Per analizzare il problema, per trovarne matrici e soluzioni, è necessario ripercorrere alcune tappe del pensiero occidentale, a partire dai Presocratici.


Eraclito introduce nella tradizione filosofica il concetto di Logos. Tra le prime cose che vengono insegnate nei corsi di filosofia è che si tratta di un termine polivalente: logos come parola, discorso; logos come ordine razionale della realtà (ontologia); logos come capacità di comprendere la realtà razionalmente (gnoseologia). Va quindi a delinearsi un triangolo, di cui questi non sono altro che i vertici.

Il compito della filosofia, per Eraclito, è riconoscere il logos ontologico attraverso quello gnoseologico ed esprimerlo con le strutture razionali del linguaggio(2). Ecco, dunque, anche i lati della figura, i rapporti che vigono tra le istanze.


Sebbene queste premesse siano sufficienti per parlare a pieno titolo di Razionalismo, è con Parmenide che la situazione prende una piega ancora più estrema: la Verità come perfetta corrispondenza tra mente e mondo. "Pensare è essere"(3), premessa necessaria allo sviluppo dell'ontologia parmenidea. Una mossa che inevitabilmente scinde ricerca filosofica ed esperienza sensibile, concepita unicamente come fonte di errore(4). In questo senso, il filosofo non ammette la presenza di quella varietà di forme, colori e dimensioni in cui il mondo appare ai nostri occhi: resta solo un'eterea "massa di ben rotonda sfera" (5); nella filosofia non c'è più spazio per la dinamicità e la vitalità che in minima parte ancora sembravano permanere nel panta rei eracliteo.


Quelle che in un primo momento appaiono come due visioni opposte della realtà (solo divenire/solo essere) potrebbero essere più simili di quanto ci si possa aspettare. Entrambe sono infatti chiuse nelle gabbie triangolari alle quali si accennava in precedenza: se non si partisse dall'isomorfismo, l'identità di struttura tra mente umana e mondo, sarebbe impossibile arrivare ad elaborare determinate concezioni del Vero, le quali portano ineludibilmente ad un oggettivismo che rende inviolabili e indiscutibili tali affermazioni; in breve, si autogiustificano senza lasciare spazio ad antitesi.


I due greci non sono però gli unici a sfruttare questo meccanismo autoritarista, che sembra invece essere alla base della cultura occidentale. Basti pensare al perfetto ed immutabile Iperuranio di Platone, dal quale i Cristiani attingono a piene mani per porre le fondamenta della propria religione. Il Cristianesimo diventa simbolo del fascismo filosofico che sta andando delineandosi, ma con una differenza sostanziale: l'equilibrio del triangolo, fino ad allora spontaneo, è ora retto dalla divinità. Questa crea l'uomo, a sua immagine e somiglianza, e il mondo, in sua funzione, dando vita ad una gerarchia nell'ordine naturale. Per i Greci, infatti, gli uomini erano parte integrante della physis, oggetto delle loro speculazioni; sarà il dio cristiano, quindi, ad estrometterli da questa e a porli a capo del Creato. Una giustificazione semplice quanto efficace, con alla base la fede.

Il processo terminerà con Hegel, che pone sui relativismi una lapide il cui epitaffio recita:

"Tutto ciò che è razionale è reale, tutto ciò che è reale è razionale." (6)


L'errore giace nel tentativo di razionalizzare anche sentimenti, emozioni, istinti. Tento di essere ancora più radicale: il problema non sta nel lato (il razionalismo, l'identità tra mente e mondo) ma nel vertice. Il semplice voler dare una definizione ontologica è di per sé un errore, la presuntuosa volontà di voler cogliere anche l'ineffabile.

Nietzsche costituirà un punto di rottura con tutta la tradizione precedente grazie, tra l'altro, alla riscoperta di Gorgia, che per primo aveva tentato di recidere i legami tra ontologia, gnoseologia e linguaggio.


"Nulla esiste. Se anche qualche cosa esistesse, non sarebbe conoscibile. Se poi anche esistesse e fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile." (7)


Tagliando tutti i segmenti, ciò che resta è la vita, lo slancio passionale professato dal filosofo tedesco. La morte di Dio mette in discussione la tenuta dell'intero trigono, che inesorabilmente crolla lasciando dietro di sé macerie. Macerie che hanno però un loro peso: rinnegare l'isomorfismo significa mettere da parte tutte le certezze per rivolgersi verso un mare di nebbia.


Il non essere cullati dalla sicurezza delle proprie convinzioni è spesso causa di angoscia profonda, esistenziale. Una lunga tradizione ritiene che la soluzione più autentica a questo problema sia il suicidio. Però, come ci insegna Camus, potrebbe non essere così: questa scelta implicherebbe la rassegnazione all'incomprensibilità della vita, l'assurdo. Dobbiamo, invece, essere uomini in rivolta, prendere in mano le nostre vite per poterci dire, forse illusoriamente, felici; non tutto è perduto, c'è ancora un raggio di luce e con ciò che rimane, si può ancora giocare(8). Ma questo proposito inserisce in epigrafe al suo Sisifo un verso di Pindaro, interpretabile come un'esortazione al godere del sensibile, al restituire dignità alla materia rifuggendo ogni metafisica.


"O anima mia, non aspirare alla vita immortale, ma esaurisci il campo del possibile."(9)


E mi rendo conto di essermi tradito, in queste poche righe non abbiamo potuto evitare di tornare nell'ontico-metafisico-ontologico. È però il grande limite di una filosofia che si pone questo genere di domande. Forse l'unica vera strada da seguire è quella tracciata da Wittgenstein, che chiude il suo Tractatus scrivendo:


"Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere."(10)


Celebre è la metafora della scala, utilizzata sia dall'Austriaco(11) che da Sesto Ennpirico(12): la filosofia è una scala sulla quale si può salire per osservare l'orizzonte, ma da gettare immediatamente dopo (in maniera simile ad una purga, come diceva lo Scettico(13). Il tacere della Proposizione 7(10) non è, dunque, da intendersi come accettazione passiva, ma come un invito a rivolgere lo sguardo verso nuovi scorci; un invito a rispolverare quello che la filosofia ha troppo a lungo ignorato: la vita.





NOTE

(1) CCCP - Fedeli alla linea, Morire, in 1964-1985 Affinità-Divergenze Fra ll Compagno Togliatti E Noi - Del Conseguimento Della Maggiore Età, Attack Punk Records, 1986

(2) [41 DK] "Esiste una sola sapienza: riconoscere l'intelligenza che governa tutte le cose attraverso tutte le cose." (Diels-Kranz, Die Fragmente der Vorsokratiker, Berlino, Weidmann, 1951-1952).

(3) "Infatti è la stessa cosa pensare ed essere." (Parmenide, Sulla Natura, fr. 3).

(4) "[...] l'occhio che non vede e l'udito che rimbomba di suoni illusori e la lingua, ma giudica col raziocinio la pugnace disamina che io ti espongo." (Ibid., fr. 7).

(5) "[...] poiché c'è un limite estremo, esso è compiuto da ogni parte, simile a massa di ben rotonda sfera, a partire dal centro uguale in ogni parte." (Ibid., fr. 8).

(6) G. W. F. Hegel, Grundlinien der Philosophie des Rechts, Berlino, 1820, p. 15.

(7) Gorgia, Del non-essere, o della natura.

(8) Temi ricorrenti nell'opera di A. Camus; si vedano in particolare "Le mythe de Sisyphe. Essai sur l'absurde, Parigi, Gallimard, 1942" e "L'Homme révolté. Essais, Parigi, Gallimard, 1951".

(9) Pindaro, Pitiche, III; citato in epigrafe a "Le mythe de Sisyphe. Essai sur l'absurde, Parigi, Gallimard, 1942".

(10) L. Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus, in Annalen der Naturphilosophie di W. Ostwald, con il titolo Logisch-philosophische Abhandlung, 1921, Proposizione 7.

(11) "Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo essere asceso su essa. Egli deve trascendere queste proposizioni; è allora che egli vede rettamente il mondo." (Ibid., Proposizione 6.54).

(12) "[...] come non è impossibile che chi è salito verso un luogo elevato per mezzo di una scala rovesci con il piede la scala dopo l'ascesa, così non è inverosimile che lo scettico, arrivato a stabilire il proprio argomento per mezzo di una scaletta, ovvero di un discorso che mostra che non esiste dimostrazione, proprio allora distrugga anche questo stesso discorso." (Sesto Empirico, Contro i logici).

(13) "[...] si possono annullare da se stesse: circoscrivendo se stesse con le cose di cui si dicono; così le medicine purganti, non solo cacciano dal corpo gli umori, ma espellono anche se stesse insieme con gli umori." (Sesto Empirico, Schizzi pirroniani, I, 206).

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