Un corpo senz'organi

C’è un largo divario funzionale che massifica nettamente la società: il maschile e il femminile, per levare questa distinzione basterebbe farsi un corpo senz’organi, sarebbe una rivoluzione irruenta, nevrotica, parodistica del presente, anti-produttiva ma violenta. E’ violento un corpo che definendosi privo d’identità di genere si propone di violentare chi invece si aggrappa al mito del maschile e del femminile, perché ciò significherebbe sovvertire tutte le istituzioni che nei secoli si sono formate su questa credenza. Nonostante questa distinzione sia limitante e preveda anche una prevaricazione del genere maschile su quello femminile ne appariamo legati, quasi affezionati, anzi, pensare di essere senz’organi ci appare un atto brutale simile a una castrazione, ma è nella privazione della predominanza dell’organo che si compone il corpo: nessun individuo dovrebbe pretendere di rassomigliare allo stigma impostogli dal proprio sesso perché questi è incapace a rappresentarlo nel suo complesso.

Questa distinzione è limitante nella dimensione in cui individua due ambiti dell’identità e li rende opposti, eliminando così la possibilità di una personalità trasversale, completa e più complessa. Farsi senz’organi rappresenta un attacco all'organismo in quanto organizzazione trascendentale e impersonale, un’alternativa immanente e individualistica di un corpo che cerca nuove relazioni prima biologicamente e razionalmente impraticabili, analizzando quindi una superficie inconscia. Anche la linguistica continua a perpetuare la stretta relazione fra sesso, corpo e azione, così maschile diviene sintomo di maschi e femminile di femmine, lo stesso accade col termine matrimonio (lett. matris-munus = rendere madre). Il linguaggio replica l’effetto ottico dello specchio contribuendo a ricalcare questo gioco delle maschere fisse, ma il corpo è di per sé infondato poiché ogni evento è un effetto incorporeo, allora diviene necessario indagare la superficie e la proporzione che il senso assume nel linguaggio e nelle azioni, dovremmo piuttosto praticare l’opposto: lasciare che la passione del corpo sappia penetrare e raggiungere poi la superficie del linguaggio e per far questo il corpo deve essere espresso come superficie capace di articolarsi e divincolarsi nel senso e in sé, contribuendo a chiarirci il dinamismo che pervade l’incorporeo, rendendo le possibilità illimitate fino alla superficie. Compiuto questo processo di liberazione otterremmo un corpo schizofrenico capace rompere l'organizzazione estrinseca del senso e del linguaggio divenendo vitale, Deleuze e Guattari sostenevano che il corpo senza organi è un uovo attraversato da soglie che segnano i divenire di colui che vi si sviluppa, nulla di ciò che è esterno è funzionale alla rappresentazione ma tutto è vita, non c’è possibilità di identificazione tra l’Io e il proprio corpo.

L’immagine più comune di una personalità traversale fra i sessi ci è data dal mondo transessuale e dal travestitismo, fenomeni socialmente derisi e delle volte poco tollerati. Mieli a riguardo affermava che il travestitismo traduce in comico la tragicità che è nella polarità dei sessi, così chi osserva un travestito ride della deformazione di se stesso cogliendo in quell’immagine assurda il proprio ridicolo. Seppe rendere politica l’identità di genere esclusivamente sul fronte rivoluzionario; cardine del suo pensiero era la necessità di un nuovo individuo capace di attraversare la propria transessualità nel desiderio e nell’essere pienamente e completamente uomo e donna. L’abbigliamento e l’atteggiamento femminile utilizzati da Mieli per esporre le sue idee hanno rivoluzionato il rapporto composto, smanioso e rigido che il logos imponeva al corpo, rotto da quest’esposizione performativa che è bene non confondere con l’autocompiacimento e l’esibizionismo, ha fondato una dimensione collettiva e una nuova cultura politica.

Nonostante siamo passati almeno cinquant’anni dalla nascita di ideologie e movimenti che avevano come scopo quello di liberare il corpo, la sessualità e l’identità di genere dagli stigmi, la nostra società è ancora aspramente pregna di pensieri, costumi e atteggiamenti oppressi e opprimenti, questo perché questa rivolta non può riguardare esclusivamente la superficie e l’apparire ma deve costruire un modello che invece che limitare, sappia valorizzare e non polarizzare i sessi in un individuo unico capace anche di compiacersi nella sua pluralità.

Le donne, ad esempio, sono riuscite a sovvertire la loro condizione appropriandosi del motto di Kant “Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!”, sbaragliando le imposizioni di cui erano vittime, divenendo tutori di se stesse, capaci di creare un pensiero nuovo che non le vede più legate a determinate forme e all’utero maligno (come descritto dalla Greer), eliminando la vergogna e la piccolezza che era stata imputata al loro sesso, rendendosi fiere e indipendenti. Eppure in comunità provinciali tutta questa autonomia sembra ancora limitata da costumi poco graditi o ancora da merci (cosmetici o abiti) che vengono esclusivamente confezionati per donne, forse, loro ancora confondono la rassegnazione con la felicità, (accusa che si rivolgevano le femministe degli anni Sessanta e Settanta). Il sessismo è ammaliante, come affermano anche i movimenti omosessuali, è fin troppo pervasivo, a muoverlo non è la paura ma l’astio, così tutti coloro che non sono uomini eterosessuali, devono esser privati di desiderio, umiliati fino a creare in loro odio per se stessi, necessità di conformarsi e nascondersi. Schopenhauer in Parerga e paralipomena si occupa delle donne dedicando loro un capitolo che, distante dall’analisi, si propone come una guida per ragguardare gli uomini dalla natura femminile, ritenuta inferiore, senza qualità, menzognera e cattiva, sottolineando una narrazione esplicitamente e unicamente maschile, non apportando alcuna novità alle credenze già consolidate in Occidente. Le donne rappresentano il secondo sesso, Schopenhauer non fa che ricalcare un dato sociale e innalzarlo a realtà metafisica, vede in loro un potere indiretto esercitabile solo attraverso gli uomini, che invece hanno raziocinio e capacità di dominio. Anche la bellezza delle donne viene resa appannaggio maschile: non sono belle in sé ma lo sono per lo sguardo che viene rivolto loro. Nietzsche successivamente sosterrà che le donne cercando di imitare i compiti maschili, non fanno che allontanarsi dal loro primitivo istinto dionisiaco, poiché non sarebbero capaci di praticare l’apollineo, allora mulier tacit.

Ma quanta forza è necessaria per praticare questa becera anarchia che vuole liberarci da quest’antica distinzione che dall’origine pretendeva di separare per l’infinito?

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