Un viaggio sulle spalle di Giano Bifronte: “parola” e “scrittura”.

Il seguente articolo non vuole essere un trattato sulla storia della scrittura ab origine (perché non ne ha le potenzialità) né tantomeno è una dissertazione accompagnata da accademici studi di filosofia del linguaggio.

Conta di essere, piuttosto, una breve esposizione soggettiva intorno ai concetti di “parola” e di “scrittura”.

Seguendo quel percorso intrapreso sulle spalle di Giano Bifronte, mi ritrovo in un luogo nuovo. E vivo una nuova situazione. È la sede in cui la tensione alla conoscenza non stagna; non si dimena in terreni padulosi che le stringono le gambe e la portano sul fondo, in un vortice centripeto.

Tutto intorno c’è un’atmosfera eterea; una calda luce illumina le teste di Giano, segnando ombre sulle sue rughe.

«Cosa c’entra allora il tema della relazionalità nella contingenza, con la parola?», gli chiedo.

E lui mi risponde con la sua voce grave: «Vuoi forse intendere che attraverso le parole non si esplica un legame? Che la parola intagliata nella roccia o la lettera fluida sulla tela non segnano “legami” tra l’io e il mondo?».

Le parole cambiano il loro statuto nel corso dei secoli, saltellano dall’ oralità alla scrittura. E conservano sempre la loro fluida natura, una natura mutevole e camaleontica.

Colui che le pronuncia crea un legame tra le parole stesse e le cose che esse denotano e connotano. Riempie quelle parole di senso e significato, dando loro una vita nella relazione.

Tale legame perpetua nella memoria degli uomini. Il carattere evocativo della parola si consolida nel ricordo, così come l’identità dell’oggetto al quale la stessa parola si riferisce.

«La nascita, il relazionarsi con l’alterità, il comunicare e poi? Cos’altro c’è?», lo incalzo.

«E poi c’è la volontà di esprimere ed eternizzare l’essere attraverso le parole. Le parole che presentano insita una forte dicotomia: la parola “parlata”, ‘detta”, “recitata”, “cantata” e la parola “scritta”, “sugellata”», mi risponde perentorio.

Giunge alla mente Omero che recita, animato da una forza divina:

“L' ira cantami (μῆνιν ἄειδε), dea (θεὰ), l'ira di Achille figlio di Peleo…” (1).

Le parole sopracitate risuonano e riecheggiano nella testa; la loro eco collega secoli di storia.

Non è mia intenzione tessere un discorso intorno a l’ira (ἡ μῆνις); "la prima parola di tutta la letteratura Europea", attorno alla quale ruota l'azione iliadica (2).

Piuttosto, vorrei focalizzarmi sulla parola θεὰ. Essa si figura in posizione incidentale, tra due virgole. È incastonata nel verso. Il caso in cui è declinata è il vocativo.

Si tratta dell’invocazione di un uomo alla divinità, in quanto egli sa di non conoscere. L’aedo si fa custode e semplice mezzo attraverso il quale la ἐπιστήμη divina decide di esprimersi. Essa così diviene nota agli uomini.

La dea è la Musa, figlia di Zeus e di Mnemosyne, la memoria: “in questo rapporto di parentela diretta, c'è la consapevolezza della caducità degli eventi umani e della minaccia sempre in agguato di perderne il ricordo, ma anche è possibile scorgere la funzione assegnata alla parola” (3).

Qual è la funzione assegnatale? Essa è il fil rouge che lega l’esistenza dell’uomo con il mondo: le azioni umane di ieri, di oggi e di domani confluiscono in un fulmineo istante.

“Questa parola si proietta in un "per sempre" (Tucidide) dove l'oblio non possa intaccare l’avventura terrena dell'uomo (Erodoto)” (4).

È nel canto, nella parola “cantata” che si ha la "sopravvivenza immateriale dell’individuo" (5) e il legame del suo io con l’essere del mondo. Il dire esametrico, le formule poetiche che permettono agli aedi secolari di ricordare i fatti narrati sono funzionali a tutto questo.

Il κλέος significante “gloria” è uno dei termini trainanti del poema omerico. La gloria bramata e desiderata, che si vuole ardentemente nel momento stesso in cui viene pronunciata, è affidata al canto della Musa. È della divinità, infatti, il potere di sconfiggere la morte. E tale potere si esplica nella misura del ricordo, tramandato di bocca in bocca (6).

Il salto nella volontà di creare un legame culturale e identitario attraverso l’oralità è immediato.

Immediata è tuttavia anche la volontà di trasporre il tutto su “carta”.

Dalle terre fertili della Mesopotamia, giunge alla mente l’epopea di Gilgamesh:

“Fece un lungo viaggio, fu esausto, consunto dalla fatica; quando ritornò si riposò, su una pietra l’intera storia incise” (7).

Egli detiene la completa conoscenza di tutte le cose; “vide misteri e conobbe cose segrete…” (8).

Gilgamesh sente l’esigenza di scrivere le proprie imprese; crea un legame inscindibile tra i propri vissuti e la materia narrativa da lui esposta sulla stele. Ma non è tutto, egli crea un legame anche con coloro che leggeranno di lui.

Colui che scrive, a differenza del rapsodo che è solito cantare brani già noti, partorisce la storia che vuole raccontare. Pensa, valuta, pondera le parole da utilizzare. Fa capo alla propria memoria semantica, al valore e al significato che una parola ha nel contesto in cui vive. Ma non solo, attribuisce egli stesso metaforicamente e allegoricamente un significato alle parole. Diviene creatore di un microcosmo narrativo, ove la sua penna può agire arbitrariamente.

Non è solo animato dal desiderio di “leggersi” o di “tramandare” ma anche di “essere letto”. “L’essere letto”, quindi, si configura come un’intenzione (conscia o inconscia che sia) di “farsi scrutare”. Ed è nel vicendevole scambio dello “scrutare” e dell’“essere scandagliati” che si esplica il legame.

Chi scruta? Un soggetto che si pone su un altro piano, un lettore che legge nelle pieghe della scrittura. Colui che legge fa capo a un suo bisogno, vuole conoscere qualcosa che è avulso da lui e che si presenta nella forma della parola “sugellata”.

Ecco, un altro richiamo si ode dai meandri del ricordo. È la voce della poetessa che riconosce la propria condizione. Alla stregua di un inno solenne, difende la libera volontà di creare.

“Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.

Un batter d’occhio durerà quanto dico io,

si lascerà dividere in piccole eternità

piene di pallottole fermate in volo.

Non una cosa avverrà qui se non voglio…

C’è dunque un mondo

di cui reggo le sorti indipendenti?

Un tempo che lego con catene di segni?

Un esistere a mio comando incessante?

La gioia di scrivere.

Il potere di perpetuare.

La vendetta d’una mano mortale. (9)

«Cos’è dunque la parola “parlata”?», mi chiede Giano.

«La vendetta di una voce mortale. Si pronuncia nel presente ma ha anelito nell’eterno», gli rispondo.

«Cos’è dunque la parola “scritta”?».

«La vendetta di una mano mortale. È scritta nel presente, ad memoriam aeternitatis».

(1) Omero, Iliade, I, 1, a cura di M. G. Ciani e E. Avezzù, trad. a. c. di M. G. Ciani, UTET, 1998.

(2) Cfr. E. Avezzù, Commento a Omero, Iliade, cit., p.98, nota 1.

(3) Ibidem.

(4) Ibidem.

(5) Cfr. E. Avezzù, Commento a Omero, Iliade, cit., p.99, nota 1.

(6) Ibidem.

(7) Prologo in L’epopea di Gilgamesh, 3-4, a. c. di N. K. Sandars, trad. it. di A. Passi, Adelphi, Milano 1994.

(8) Ibidem.

(9) Wislawa Szymborska, La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009), p. 149-150, a. c. di P. Marchesani, Adelphi, Milano 2009.

76 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti