Dal computazionalismo all’embodied cognition: gli orizzonti della ricerca cognitiva

di Francesco Cianciaruso


Per comprendere e manipolare la realtà, la mente umana è in grado di elaborare gli aspetti ricorrenti dei fenomeni in rappresentazioni: i concetti. Se tali rappresentazioni non esistessero, sarebbe impossibile apprendere e ricordare i dati in comune tra diverse esperienze. Come sostiene la filosofa Ruth Millikan i concetti servono a “marcare l’identico” in situazioni differenti. Da Platone a Kant, da Abelardo alle moderne scienze cognitive, la questione è rimasta una delle più discusse nella riflessione filosofica: che cosa sono i concetti? Esistono davvero? Vanno intesi come simboli attraverso i quali costruire operazioni sintattiche o come capacità cognitive atte a cogliere gli oggetti del mondo? A queste domande uno dei maggiori esponenti della stagione dell’empirismo inglese, John Locke, nel suo Saggio sull’intelletto umano, risponde sostenendo come sia necessaria l’esistenza di rappresentazioni che raccolgano le esperienze secondo “tipi”, affinché la conoscenza non si areni in un mare di particolari impossibili da identificare e da ricordare. Per Locke ciò è possibile grazie a una facoltà di astrazione, ravvisata da Edmund Husserl nelle sue Ricerche logiche, che permette di separare, dalla realtà fenomenica, degli attributi comuni e di collegarli ai concetti generali. Altri autori, come l’irlandese George Berkeley, scettico nei confronti dell’esistenza di tali entità, sostituiscono, al generale, rappresentazioni di tipo singolo-individuale. L’approccio cognitivo contemporaneo sostiene che i concetti siano tipi di rappresentazioni mentali dipendenti dalle facoltà dell’intelletto umano grazie alle quali si caratterizzano i comportamenti intelligenti. Tale approccio rappresenta la frontiera dell’attuale ricerca in filosofia analitica e fa sempre più riferimento alle neuroscienze e agli studi sperimentali sul rapporto tra la biochimica umana e le strutture del pensiero. È in questo orizzonte che si inserisce la teoria oggetto della presente ricerca, che vede la formazione del concetto strettamente legata ai meccanismi cognitivi e neurobiologici.

Se nel panorama della filosofia analitica ha dominato nella prima metà del XX un’impostazione più vicina alla filosofia del linguaggio, a partire dagli anni ’70 l’attenzione si è sempre più spostata verso la filosofia della mente. Dalle teorie semantiche, dunque, a quelle sul pensiero e sul concetto. Il dibattito in filosofia della mente ha prodotto varie teorie al fine di spiegare i processi cognitivi alla base dello sviluppo dei concetti. Una delle più originali è quella proposta da Jerry Fodor nel suo libro Concetti - Dove sbaglia la scienza cognitiva (1999), ed è nota come atomismo informazionale. Si tratta di una teoria “non epistemica”: padroneggiare un concetto non significa saper fare qualcosa, ma essere in una relazione causale e nomica con la realtà tale da produrre una rappresentazione mentale. L’insieme delle rappresentazioni costituisce un vero e proprio “linguaggio del pensiero” nella prospettiva di Fodor. L’atomismo informazionale definisce il concetto come una rappresentazione semplice, senza struttura interna. Fodor descrive le facoltà cognitive come “processi computazionali” che operano su dei simboli, le rappresentazioni concettuali, le quali costituiscono un vero e proprio “linguaggio del pensiero”. La sua proposta è tra le più influenti nell’ambito del cognitivismo classico e della “teoria computazionale”. L’idea fondamentale di questa teoria è che la configurazione della mente sia pari a quella di un computer, che svolge operazioni su stringhe di simboli partendo da un input di informazione ed elaborando così un output. Tali simboli, in una prospettiva naturalista, si generano a partire dalle connessioni neurali e da processi biochimici all’interno del cervello. I meccanismi cognitivi sono dunque innati e non si apprendono in alcun modo attraverso l’esperienza. La proposta di Fodor restringe così il significato del termine rappresentazione ad “unità di computazione”, atomica e innata, fondamentale per i processi di categorizzazione e di apprendimento. Una conseguenza fondamentale di questa prospettiva è data dal fatto che se il pensiero è un computer i cui simboli sono i concetti, allora, come sostiene Fodor in Mente e linguaggio (1975), deve esistere un “linguaggio della mente”, il mentalese, una lingua innata e universale sulla quale si basano i meccanismi di apprendimento e attraverso cui si sviluppano tutte le altre lingue. Questo proposta va a suffragare l’idea di un’origine innata delle lingue sostenuta da Noam Chomsky, secondo il quale gli esseri umani sono biologicamente programmati ad acquisire un linguaggio a partire da meccanismi cognitivi innati e universali.

La proposta dei teorici del computazionalismo può essere anche definita “mentalista”. Per i sostenitori di questa prospettiva la mente esiste come entità autonoma e la cognizione è prodotta esclusivamente dalla mente/computer e dalle sue operazioni. A metà del XX secolo il pensatore britannico Gilbert Ryle elaborò una teoria opposta. Ne Il concetto di mente (1949) egli infatti sostiene come i fenomeni mentali siano asintoticamente convergenti con la dimensione osservabile delle azioni e dei comportamenti. La proposta di Ryle supera il mito di un corpo materiale guidato e diretto da un’inosservabile e immateriale entità mentale, come sostenuto dalla visione cartesiana. Ryle elaborò la sua teoria a partire da due differenti istanze filosofiche: il positivismo logico, che cercò di fondare sulla stabilità del linguaggio scientifico l’oggettività della scienza, e il comportamentismo, che cercava di costruire una conoscenza dei fenomeni psichici studiandoli a partire dall’osservazione delle espressioni e del comportamento. La prospettiva di Ryle fu criticata da Fodor e Chomsky, per il quale il comportamentismo è inadeguato a spiegare gli atteggiamenti verbali. Il cognitivismo, che cerca di descrivere la natura delle rappresentazioni, è certamente più coerente con il mentalismo di Chomsky e Fodor che con il comportamentismo. Recenti ricerche in filosofia della mente hanno tuttavia rimesso in discussione la prospettiva sostenuta da Fodor: l’idea che le capacità cognitive si articolino attraverso l’elaborazione di rappresentazioni sulla base del modello computazionale non descrive correttamente, secondo alcuni neuroscienziati, il funzionamento della mente umana.

A partire dagli anni ’80 il paradigma classico del cognitivismo è stato ridiscusso. La proposta di Fodor, seppur coerente dal punto di vista teorico, è stata messa in dubbio da nuovi modelli in grado di descrivere, in accordo con le osservazioni sperimentali delle neuroscienze cognitive, l’architettura del pensiero. L’accusa che Jesse Prinz muove a Fodor è quella di aver teorizzato la mente come un “sistema isolato”, indipendente dai processi fisici, in grado di elaborare informazioni al pari di un computer che processa dei file. Ciò di cui non tiene conto il cognitivismo classico è che l’uomo, a differenza del computer, possiede un corpo: la proposta di Prinz è che vi sia un rapporto di dipendenza strutturale tra i meccanismi cognitivi e l’apparato sensomotorio, come sostenuto nel suo libro Furnishing the Mind: concepts and their perceptual basis (2002). Secondo questa ipotesi, non può esistere, come sostenuto dal cognitivismo classico, un pensiero intelligente separato dall’apparato sensoriale e da quello motorio. In questa prospettiva il termine “concetto” non identifica più un simbolo elaborato da una mente/computer per effettuare operazioni sintattiche, ma un’informazione codificata come percezione o pattern di azione, elaborata in funzione del compito che deve svolgere. Questa teoria viene definita della “cognizione incorporata” o embodied cognition. Lawrence Barsalou identifica i concetti con il nome simulatori. Essi si sviluppano a partire dall’elaborazione di informazioni su un fenomeno (un oggetto esterno, un’azione, un tipo di introspezione) che vengono raggruppate dall’apparato sensomotorio e poi “riattivate” per simulare quell’esperienza in assenza del fenomeno che ne ha causato l’elaborazione.

«When attention focuses repeatedly on a type of object in experience, such as for [CATS], a simulator develops for it. Analogously, if attention focuses on a type of action [BRUSHING] or on a type of introspection [HAPPINESS], simulators develop to represent them as well. Such flexibility is consistent with the Schyns, Goldstone and Thibant (1998) proposal that the cognitive system acquires new properties as they become relevant for categorization. Because selective attention is flexible and open-ended, a simulator develops for any component of experience selected repeatedly».

Aree di convergenza nella corteccia cerebrale I pattern precedentemente codificati vengono riattivati da gruppi di neuroni, le cosiddette “aree di convergenza” (in figura) identificate da Antonio Damasio, al fine di “simulare”, quando un determinato fenomeno si ripresenta, le informazioni già immagazzinate. Il neuropsicologo portoghese mise in evidenza come alcune lesioni in aree del cervello deputate all’elaborazione dell’esperienza sensoriale producano anomalie nell’utilizzo dei concetti, dimostrando così l’unità strutturale che sussiste tra facoltà mentali e apparato sensomotorio. Scrive infatti Damasio: «[…] Individuals with lesions in association cortices within the visual, auditory, a somatosensory region, and within “high-order” temporal cortices, can no longer effectively a reliably conjure up knowledge about some conceptual categories or about unique entities within certain categories». Gli studi di Damasio costituisco dunque una rilevante evidenza sperimentale a favore della teoria della cognizione incorporata. I concetti, nel modello dell’embodied cognition, non vanno tuttavia intesi come “immagini” nei termini dell’empirismo classico, quasi fossero fotografie degli oggetti della realtà, ma come raggruppamenti di informazioni, come pattern di dati elaborati dal sistema sensomotorio e codificati dalle aree di convergenza, secondo quanto proposto da Damasio. Inoltre, come sostiene Barsalou, i simboli percettivi elaborati dalle capacità cognitive non rappresentano esattamente il singolo fenomeno esperito, ma ne producono una schematizzazione astratta. La memoria umana non può infatti conservare la traccia dell’esperienza dell’individuo specifico sulla quale il sistema cognitivo ha modellato il proprio “simulatore”.

«Contrary to what some thinkers have argued, perceptual symbols need not represent specific individuals. Because of the schematicity assumption and its implications for human memory, we should be surprised if the cognitive system ever contains a complete representation of an individual. Furthermore, because of the extensive forgetting and reconstruction that characterize human memory, we should again be surprised if the cognitive system ever remembers an individual with perfect accuracy, during either conscious or unconscious processing. Typically, partial information is retrieved, and some information may be inaccurate».

Oltre alle già citate “aree di convergenza” scoperte da Antonio Damasio, altre evidenze sperimentali nel campo della neurofisiologia sostengono le teorie della cognizione incorporata. La scoperta dei neuroni specchio ad opera di Giacomo Rizzolati ha permesso di comprendere come alcune aree del cervello, ritenute sede, ad esempio, del controllo delle azioni, siano deputate anche alla concettualizzazione e all’immaginazione: un recente studio del noto neuroscienziato ha infatti mostrato come alcuni concetti, come quelli legati all’azione, vengano elaborati a partire da dati prodotti dal sistema sensomotorio. Scrive Rizzolati: « […] there is analogy at the cortical level between the mechanisms that mediate action observation and those involved in action execution». Un’altra ricerca, condotta da Gallese e Lakoff, ha prodotto risultati simili attraverso differenti evidenze sperimentali. Una di queste osservazioni è stata condotta dai due studiosi su alcuni soggetti, invitati a immaginare di usare vari strumenti artificiali, mentre la loro attività cerebrale veniva monitorata attraverso la tecnica del brain-imaging. In tutti i casi è stata riscontrata l’attivazione della corteccia premotoria ventrale, cioè, la regione del cervello che si attiva quando vengono usati quegli stessi strumenti per eseguire delle azioni. Per via sperimentale Gallese e Lakoff hanno così cercato di dimostrare la strutturale identità, a livello di biochimica cerebrale, tra attività di categorizzazione e azione. I due studiosi sono arrivati così alla seguente conclusione:

«We have shown how the sensory-motor system can characterise a sensory-motor concept, not just an action or a perception, but a concept with all that that requires. But we think we have shown something more powerful than that. According to our hypothesis, understanding requires simulation. The understanding of concrete concepts—physical actions, physical objects, and so on—requires sensorymotor simulation. But sensory-motor simulation, as suggested by contemporary neuroscience, is carried out by the sensory-motor system of the brain. It follows that the sensory-motor system is required for understanding at least concrete concepts».

In definitiva, le teorie embodied affrontano da una differente prospettiva il problema di determinare l’architettura della mente, e si pongono in contrapposizione alle proposte concettuali, come quella di Jerry Fodor, legate all’ipotesi della “lingua del pensiero” e della mente come sistema isolato. Infatti, mentre i teorici del modello computazionale descrivono le capacità cognitive superiori come operanti in modo del tutto indipendente dai sistemi percettivi e motori, ricevendo sì da questi gli input sensoriali, ma elaborando in modo autonomo, al pari di un computer, un outputdi informazione, secondo i teorici della cognizione incorporata non può esistere alcun sistema concettuale senza un’unità strutturale tra capacità mentali e apparato sensomotorio.

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